Chi arriva ultimo? Quando la sfida per la maglia nera era più seguita di quella per la maglia rosa

Ci sono stati anni al Giro d’Italia nei quali l’ultimo posto era importante quanto il primo. Anni nei quali i nomi di Luigi Malabrocca e Sante Carollo erano famosi quanto quelli di Gino Bartali e Fausto Coppi. Gli anni Quaranta sono stati infatti non solo l’epoca delle sfide tra i nostri campioni più importanti, ma anche, e forse soprattutto, quelli della maglia nera. L’arrivare ultimo nello sport, in qualsiasi sport, è infamia e sberleffo; nel ciclismo divenne vanto e gloria. E’ capovolgimento carnevalesco, giravolta assurda: premiare l’ultimo come riconoscimento alla perseveranza, alla condanna di pedalare più a lungo di tutti. Divenne esaltazione e ambizione. La maglia nera divenne desiderio per molti. Le sue origini erano calcistiche: si ispirava alla maglia di Giuseppe Ticozzelli, mediano del Casale, maglia nera con stella bianca sul petto, iscrittosi per passione al Giro del 1926: uno che non aveva ambizioni di vittoria, che si fermava a pasteggiare in trattoria e che dopo essere stato investito da una moto alla terza tappa, in osteria schiacciò pure un pisolino. Divenne un mito popolare. Divenne ispirazione per un premio ambitissimo. Vestire questa maglia infatti significava applausi, soprattutto premi: in palio c’erano salami, prosciutti, formaggi, generi alimentari, soldi. E nell’Italia del secondo dopoguerra tutto ciò rappresentava un’attrazione.

Luigi Malabrocca era corridore di talento, uno che nei dilettanti vinceva spesso e volentieri, 113 corse in pochi anni. Passato professionista, visti Coppi e Bartali, e Magni e compagnia, capì di non poter mai competere per la vittoria finale del Giro. Capì che meglio ultimi che nel gruppo. Divenne uno specialista dell’arrivare in fondo. A ogni tappa, specialmente in quelle in salita, trovava stratagemmi perdenti: partiva in fuga e poi si nascondeva, in cascine, fienili, una volta addirittura in un pozzo vuoto. Quando il contadino proprietario del terreno lo scoprì e gli chiese cosa stesse facendo laggiù rispose: “Sto correndo il Giro d’Italia”. Lo cacciò forcone in mano. Si arrampicò su Rolle, Pordoi, Campolongo e Gardena, tutto il meglio delle Dolomiti, e arrivò ultimo: maglia nera. Era il 1946. La rivinse nel 1947. Nel 1948 non partecipò al Giro a causa di un problema fisico. L’anno dopo trovò Sante Carollo. E fu beffa. Carollo faceva il muratore di professione, in bici ci andava per diletto, forte, ma pur sempre per diletto. Venne chiamato dalla Wilier e la sua preparazione approssimativa lo fece arrivare ultimo praticamente sempre. Un’offesa per uno come Malabrocca. Carollo aveva oltre 2 ore di ritardo da Luisin. Nell’ultima tappa, la Torino-Monza, il colpo di genio: finge una foratura, entra in un’osteria, si finge interessato agli utensili da cucina e da lavoro, va a pescare con il padrone, si rimette in bici e si dirige verso l’arrivo. “Recupera” le due ore. Peccato che i cronometristi stanchi di aspettare gli avessero attribuito il tempo del gruppo.

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