Quella faccia un po’ così che avevamo noi che tifavamo Hesjedal

A vederlo pedalare non era granché. Curvo che sembrava appeso al manubrio, storto che sembrava andare avanti a stento, ondeggiante in un ghigno che sembrava essere lì lì per staccarsi. Le ruote dei migliori le perdeva sempre, sembrava entrare in un abisso a ogni salita, ma le ruote non le perdeva mai, perché quel lungagnone dalle gambe a stecco e dalle spalle larghe, in un modo o nell’altro trovava il modo di recuperare il terreno perso. Lo faceva da dietro gli occhialoni scuri, con la cocciutaggine di un mulo che andava per montagne, lì dove nessuno avrebbe pensato potesse andare. Ryder Hesyedal mulo lo era, bestia da fatica e più le difficoltà erano alte più tirava fuori l’ardore del duro, la cattiveria dell’ignoranza. Non era elegante, “e chissenefrega, mica siamo a una sfilata”, non era fenomeno, “vestire di rosa come Merckx? Una bestemmia”, ma era in ogni caso uno spettacolo, perché vederlo risalire posizioni, andar di spalle e di manubrio, lottare con tutti i migliori era la certezza che il cuore, inteso come passione-ostinazione-ignoranzagonistica, vale ancora qualcosa nel ciclismo di oggi. E non è poco.

Hesjedal si è materializzato tardi nel ciclismo che ha spazio mediatico. Prima mountain bike, tanta mountain bike. E a grandi livelli. Ma si sa che in un mondo che vede intasato di troppo calcio in pochi se ne sono accorti di quel canadese che sembrava volare sulle ruote grasse. Serviva la strada per farsi conoscere. Arrivò nel 2003, stagista in Olanda, lontano dalle sue terre. Nel 2004 ritorna a fà l’americano alla Us Postal di Armstrong, ma corre poco. Nel 2005 stessa storia alla Discovery Channel sempre alla corte di Lance. Nel 2006 si eclissa nel caos della Phonak, l’anno successivo nella periferia del ciclismo americano. Forte dicevano, ma pedalare è una cosa, stare in gruppo è un’altra. Forte dicevano, ma vedete come pedala.

Ci vuole un matto per puntare su di uno così. E per fortuna il ciclismo è ancora patria di uno come Jonathan Vaughters uno che quando ancora correva lo chiamavano il Gatto per via della sua capacità di trovare il modo di non farsi nelle cadute e che una volta seduto in ammiraglia ha trovato il modo di innovare praticamente qualsiasi cosa delle sue squadre, sempre con il gusto della polemica e la parlantina brillante di chi sa cosa dice.

Dice nel 2007: “Il canadese ha solo bisogno di capire cos’è il ciclismo su strada e poi saranno problemi per gli altri”. Lo deridono. Lui si prende il tempo di capire, poi nel 2009 vince alla Vuelta, nel 2010 in California e fa settimo al Tour de France, poi quinto per squalifiche altrui. Vaughters non dice niente, ma sorride. Sorride anche l’anno successivo quando Ryder fa male, cade praticamente sempre e spreca qualsiasi occasione. Dice: “La sfortuna ci vede benissimo, passerà”. Lo deridono ancora.

Salvo poi ricredersi quando vince il Giro d’Italia del 2012. Il canadese prende la Rosa alla settima tappa a Rocca di Cambio, merito della squadra che vince la cronosquadre di Verona. La perde, la riprende, la riperde. Il duello è con il Joaquim Rodriguez più forte sulle tre settimane. E’ serrato, intenso, bellissimo. Tutto finisce a Milano in una cronometro di 28,2 chilometri dove il canadese recupera i 31 secondi di ritardo e ne rifila altri 16 allo spagnolo. Primo, maglia rosa e sembra uno scherzo. Perché quel lungagnone vincitore di un grande giro è cosa poco credibile.

Un miracolo? No. Ardore e testardaggine, incapacità di darsi per vinto. Sarà il suo anno migliore quel 2012. Ma non sarà la cosa più esaltante della sua carriera.

Tre anni dopo, sempre in Italia l’Hesjedal che più di ogni Hesjedal ci ha fatto impazzire. Alla terza tappa perde sei minuti, a metà Giro è quindicesimo a quasi dieci minuti. Lo danno tutti per disperso, quasi impossibilitato a lottare per le prime dieci posizioni. E invece Ryder non molla più un metro, a ogni attacco è davanti, a ogni allungo scompare per poi ritornare nel suo modo ondulatorio. Alla fine sarà quinto dopo aver fatto penare tanti. Alla fine sarà quinto, ma senza quei sei minuti… Alla fine dirà: “Oh finalmente è finita e posso andare al pub”.

Hesjedal era ondivago, viaggiava tra alti e bassi, tra brillii e neri profondi. Non si poteva mai prevedere nulla della sua stagione, sapeva irradiare follia o subirne i contraccolpi.

Ora si è ritirato. Il Lombardia è stata l’ultima sua corsa. Sceso di sella ha sorriso e ha detto: “E’ stato un piacere”. Piacere nostro.

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