Meo che tutto poteva, ma che palle il sacrificio. Venturelli, la rosa mancata

Le cronometro non mentono. Soprattutto se arrivano negli ultimi dieci giorni di gara, quando le energie diminuiscono e le differenze tra specialisti e scalatori si assottigliano, soprattutto se il percorso è mosso e alla pianura si affiancano le salite. Le cronometro non mentono perché si è soli contro il tempo, contano le forze, certo, ma anche concentrazione e determinazione, viene fuori il carattere e non c’è appiglio al di fuori delle proprie pedalate, perché bisogna dare tutto e non si può bluffare.

Il Giro si vince in salita, dicono, ogni tanto lo si conquista a cronometro. Se Binda dominava su ogni terreno (nel 1933 vinse la prima crono della storia della corsa rosa, la Bologna-Ferrara, 63 chilometri), Coppi e Merckx non le amavano ma le vincevano, Bartali non ne ha vinta una e le detestava, ci sono stati corridori come Moser (12 cronometro) e Saronni, Fignon e Indurain che a cronometro vincevano, infliggevano minuti agli avversari per poi controllare in salita.

Come loro Jacques Anquetil, forse il migliore di ogni epoca, sicuramente il più vincente, 60 volte primo contro il tempo, un dominatore. Se ne accorgono tutti al primo Tour a cui partecipa quello del 1957: tre cronometro (una a squadre) e tre vittorie; quel Tour sarà suo. In Italia se ne accorgono due anni dopo: in quel Giro vince due cronometro su quattro, ma sul Vesuvio era tutta salita e a Ischia fora. Quell’edizione la chiude al secondo posto, si ripropone di vincere l’anno dopo.

Nel 1960 è tra i partenti, il grande favorito. Alla seconda tappa la prima cronometro. Venticinque chilometri, da Sorrento a Sorrento, scalata e discesa dal Monte Faito. Il francese è una furia, elegante, perfetto in sella, chiude il percorso in 39 minuti e 8 secondi. Un tempo incredibile, gli avversari a oltre un minuto e dei tredici corridori che mancano nessuno può batterlo. Ne sono sicuri tutti, tanto che per velocizzare le pratiche delle premiazioni lo chiamano sul palco in anticipo. Tutti a parte uno. Un corridore al primo anno di professionismo, uno che considerano un futuro campione, che Fausto Coppi ha preso sotto la sua ala protettrice, che vuole far diventare il suo erede, Romeo Venturelli. Quel 1960 doveva essere l’ultimo anno dell’Airone, lui capitano della San Pellegrino, Gino Bartali in ammiraglia, Meo il delfino, pronto a stupire. Fausto però se ne va a causa della malaria il 2 gennaio e Venturelli si trova solo, senza guida. Meo è forte, fortissimo, un fisico perfetto, passista formidabile, ottimo scalatore, discesista provetto, capace di ogni cosa. Quel 20 maggio sul Faito scollina con 36 secondi da Anquetil, secondo, si getta in discesa, non sbaglia una curva e negli ultimi chilometri in pianura dà tutto. Vola. Il francese sta salendo sul podio quando Meo arriva sotto il traguardo: 39 minuti e 2 secondi. Miglior tempo. Quando lo annuncia lo speaker tutto si blocca, sul volto di Anquetil si disegna un ghigno di rabbia. L’italiano è primo, maglia rosa.

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Meo è emiliano di Sassostorno di Lama Mocogno a due passi da Pavullo nel Frignano, ha 22 anni e quella è la sua quarta vittoria al primo anno da professionista. Meo vola, è fenomeno vero, potrebbe vincere tutto, non vincerà niente. A Sorrento ottiene la sua unica vittoria al Giro la sua terzultima in carriera. Quella sarà anche la sua prima e unica maglia rosa. La sera infatti festeggia. A champagne, tanto, tantissimo. Di lui si perdono le tracce, nascono leggende, come quella che lo vuole a Pavullo la sera stessa a festeggiare con gli amici o come quella che lo vuole nel letto della miss che lo ha premiato. I fatti del giorno dopo dicono che alla partenza è bianco come un lenzuolo, con gli occhi iniettati di sangue e le gambe molli. A Campobasso arriva a oltre un minuto e mezzo dai primi, a Pescara non si stacca perché i primi vanno piano, il giorno dopo si ritira.

Meo è così. E’ fenomeno, ma di poca voglia, nessuna propensione al sacrificio. Potrebbe vincere tutto, ma preferisce il cibo, tanto, e le donne, molte. Si allena poco e male, molte volte scompare, ritorna a fare l’atleta solo quando deve chiedere un nuovo contratto. Forte com’è gli danno fiducia in tanti, si pentono tutti. Meo è così poteva volare ma non l’ha voluto, perché la “vita è una e se non ti diverti è sprecata. Potevo essere il migliore, forse, non lo sono diventato, amen, mi sono divertito molto comunque”, disse.

 

Su Meo Venturelli Marco Pastonesi ha scritto qualche anno fa un libro favoloso: Meo volava, non una biografia, un romanzo a pedali. Imperdibile.

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