L’ultima pedalata

Era seduto al tavolo vicino alla porta, come ogni giorno. Era arrivato un sabato di inizio maggio, si era messo su quella sedia e lì aveva continuato a sedere come se quello fosse da sempre il suo posto. Lo faceva con naturalezza, come se quell’osteria fosse da sempre casa sua. Davanti a lui sempre le stesse cose: un litro di rosso, un bicchiere che riempiva e vuotava lentamente, assaporando il sapore nel modo che hanno i vecchi di godersi il vino, la Gazzetta. Sembrava aspettasse qualcosa o qualcuno. Aveva grandi baffi che gli coprivano il labbro superiore e che finivano dove si appuntavano al viso gli angoli della bocca, un naso importante, antico, che pareva quello di qualche vecchio campione di ciclismo di inizio secolo, folti capelli di un grigio quasi innaturale ripiegati verso destra con un filo di brillantina, occhi profondi nei quali si poteva scorgere un lungo passato di fatica e chilometri percorsi, sotto i quali cadeva un volto di rughe e anni di aria aperta.

Era comparso poche ore prima della prima tappa del Giro d’Italia. Nessuno aveva dubbi su questo, se lo ricordavano tutti. In un’osteria di piccolo paese come quello le cose si sanno e tutti conoscono tutti ed entrare, salutare e chiedere il solito ha ancora un senso. Nessuno lo aveva mai visto prima, né in paese, né tantomeno in osteria. Si era seduto a quel tavolo, aveva chiesto un litro di rosso e si era messo a leggere il giornale, poi a diretta iniziata lo aveva ripiegato in due e aveva alzato gli occhi verso il grande televisore.

Nessuno l’aveva mai sentito parlare se non per chiedere una bottiglia all’oste o il conto prima di andarsene a corsa terminata. Non parlava mai e nessuno gli aveva mai chiesto qualcosa, perché quello era un paese nel quale la gente si faceva i fattacci propri e perché commentare le tappe di pianura non aveva senso: la fuga andava, poi veniva tenuta a bagnomaria, infine ripresa e i velocisti si sarebbero giocati la vittoria allo sprint. Così ormai succedeva, almeno in questo ciclismo, non come un tempo, che era diverso e le corse non si sapeva mai come sarebbero andate a finire, dicevano tutti con l’aria di quelli che di cose ne hanno viste a pacchi. I vecchi dell’osteria preferivano le carte, scopa, briscola, tresette. La televisione era comunque sempre accesa, l’occhio cadeva sullo schermo, ogni tanto qualche parola, un cenno, una battuta su questo e su quest’altro corridore, almeno sino agli ultimi chilometri, agli scatti disperati di chi ancora era in fuga, al vorticoso inseguimento del gruppo. Poi la volata, i sessanta e passa all’ora sotto le ruote, le cadute, le braccia alzate davanti a tutti.

Arrivarono le tappe di salita, gli Appennini, un aperitivo di quello che sarebbe accaduto dopo, lassù nelle Alpi, in quelle cime che solo a pronunciarne il nome venivano in mente imprese straordinarie. L’osteria si era riempita, facce nuove, almeno a quell’ora, le stesse di sempre ma con il bicchiere pieno già dopopranzo. Fu un ragazzo il primo a sedersi al tavolo vicino alla porta. Il vecchio lo scrutò, lo salutò con un cenno, ritornò a guardare la televisione. La tappa avanzava, i bicchieri si svuotavano, il vecchio prese la bottiglia e ne versò per lui e per i giovanotto che stupito ringraziò. La sera quando lui arrivava con gli amici i racconti sul vecchio con i baffi che gli coprivano il labbro superiore si susseguivano senza sosta. Erano storie di misteri, un passato fosco, una fuga, un amore andato male. Erano storie di fantasmi recenti, ossessioni passate, figli perduti, troppe sbronze. Storie che si generavano in continuazione, che cambiavano scenario e tempo, ma mai protagonista. Eppure sembrava così mite quell’uomo che parlava piano scandendo le parole, con una voce calda e rauca di parola già spese.

Iniziarono a vedere assieme le tappe, sempre lì, su quelle due sedie di quel tavolo vicino alla porta di quell’osteria di quel piccolo paese. Chiacchieravano prima e dopo, innaffiando di rosso le loro. Al vecchio piaceva sentire i progetti del ragazzo, gli piaceva il suo slancio, il suo vedrai che le cose cambieranno. Parlava di strade libere dalle macchine, di un centro dove si potesse passeggiare e andare in bici, dove i bambini potessero giocare liberi. Parlava e raccontava di un mondo che sembrava non potesse esistere, ma che lui sosteneva esistesse già, da qualche parte nel mondo, in nomi che suonavano male in italiano e che non sarebbe mai stato in grado di segnare sul mappamondo. Il vecchio ascoltava e sorrideva, pensava al passato, a quanto lo slancio del giovane fosse uguale a quello che aveva avuto anche lui. Si divertiva. Ma ogni divertimento aveva un termine, quel Giro sarebbe finito prima o poi e con lui quel bel momento, i pomeriggi davanti alla televisione, le bevute e le chiacchierate. Sentiva già un po’ di nostalgia, perché i vecchi iniziano a essere nostalgici prima della fine di qualcosa, si devono abituare, si prendono per tempo. E’ per questo che guardano il ciclismo, perché lascia sempre le cose più belle per ultime e non si ha il tempo di immalinconirsi prima, e amano le biciclette, che vanno lente e lasciano più tempo per abituarsi alla fine del viaggio.

E il Giro finì davvero. Il vecchio disse al giovane che sarebbe partito, ma che prima aveva una cosa per lui. Gli chiese di seguirlo. I due uscirono dal locale. Il sole era ancora alto nel cielo e una bella pedalata era quello che ci voleva per smaltire vino, sigarette e Giro. Il vecchio pedalava di buona lena, agile, non mostrava segni di fatica nonostante gli anni, il caldo e i litri di rosso. Il giovane gli stava accanto fischiettando e in fondo in fondo maledicendo l’amico per la prestanza fisica che dimostrava ancora. “Oh guarda. Abbiamo vinto”, disse il ragazzo indicando il muro di un’edicola: “Il sindaco chiude il centro alle macchine. Protestano i commercianti”, diceva il foglio del giornale locale. Il vecchio, che aveva guadagnato qualche decina di metri si girò. Aveva lo sguardo pensieroso, come se qualche pensiero lo turbasse. Sorrise, ma di un sorriso tirato, nervoso. “Fermati”, gridò.

Il ragazzo si bloccò allarmato, inchiodando la bici. “Cosa c’é?”. Il vecchio non rispose. Fu allora che si accorse di un motore che rombava veloce, che divorava vento e strada. Fu un attimo. Il rombo si tramutò in stridore di freni e ruote bloccate, la macchina sbandò, si rovesciò, attraversò la carreggiata sino ad andare a sbattere nemmeno cento metri più avanti dei due ciclisti. Il ragazzo guardò quel vecchio che a occhi bassi cercava di evitare il suo sguardo. Non aveva parole, non fiato per dire qualsiasi cosa. Si limitò a esternare un gemito, un “mah”, senza forza né convizione. Il vecchio alzò gli occhi, guardò il ragazzo. Sorrise. Non disse niente e iniziò a pedalare. Dieci metri dopo si fermò nuovamente. “Non era ancora ora, o meglio, lo era, ma considerala un regalo. Hai lottato, hai vinto, goditi questo momento e fa sì di non rivedermi mai più”. Lo salutò con un cenno del capo. Divenne leggero, la sua bici sparì in un bagliore. Il ragazzo era ancora fermo, ancora immobile. Ripensava a quel vecchio e alla sua sorte. Se ne andò per la sua strada.

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