Con Pantani è morto tutto l’amore di quel giorno d’amore

Ecco che è arrivato un altra volta. Come accade da 13 anni. Sempre così allo stesso modo. Sempre la stessa coltellata che ti prende in mezzo al petto anno dopo anno, sempre nello stesso momento quando il calendario segna il 14 febbraio, che è il giorno di San Valentino per quasi tutto il mondo, che è il giorno che dovrebbe essere dell’amore, degli innamorati. Ma mica per tutti. Perché c’è un amore che il 14 febbraio non festeggia, anzi si rattrista. E’ una tristezza cupa, ingorda, totalizzante. Una tristezza che sai che verrà, che uno se la prepara anche prima, dice “quest’anno non mi freghi, tanto ti conosco bene” e invece ti frega sempre. Non si scappa.

Colpisce chi ha visto quello scricciolo con pochi capelli che sulla bicicletta pareva un gigante, quell’uomo che sui pedali si alzava e sapeva dipingere musica, suonare colori, che sarebbero stati giallo e rosa e per di più nello stesso anno. Che sapeva farsi amare nei successi e soprattutto nelle difficoltà. Perché ciò che ci legava a lui non era semplice tifo ciclistico, era passione, totalizzante, una stretta sentimentale che ti faceva stare incollato alla televisione o a saltare a bordo strada, a sorbirsi chilometri a centinaia pur di vederlo, sui pedali, come sempre.

Ero bambino prima e adolescente poi e su di una bici avevo un solo colore su maglia e bandana. Giallo. E una sola scritta concessa. Mercatone Uno. Su di una bicicletta salivo e scendevo per strade e i polpacci facevano male, il fiato si accorciava, mentre le gambe erano ritte sui pedali, la sella concessa soltanto per la pianura. Le colline diventavano montagne e si chiamavano tutte Mortirolo, Passo di Giovo, Plan di Montecampione, Galibier, Le deux Alpes, Alpe d’Huez, Morzine, Carpegna. Le viti diventavano boschi e le cime si spogliavano, diventavano calva come un Ventoux.

Madonna di Campiglio fu uno sputo che mi colpì in faccia. Rimasi attaccato alla tv a non capire. Sembrava una pagina sbagliata, divenne definitiva, nonostante il 2000 e il Colle dell’Agnello, Briançon e poi il Tour gli scatti, il duo con Armstrong, le sue parole idiote che ben prima di quanto poi si è saputo dimostravano la miseria d’uomo che era, Courchevel.

A ogni anno era una speranza nuova. E poco importava se poi speranza restava. E poco importa se quando si saliva in montagna lui non era lì dove era giusto che stesse.

Cascata del Toce fu l’evidenza che un futuro ci poteva essere e “il prossimo Giro, sì il prossimo Giro sarà spettacolo”.

Poi arrivò quel giorno. Quel giorno che andai a un matrimonio della sorella di un amico, perché era il tripudio dell’amore. Il giorno degli innamorati perdio. Era il massimo, dicevano, forse un po’ stucchevole, ma il massimo. E si mangiò e si bevve e brindisi ed evviva e bacio-bacio-bacio.

E tornai a casa che ero stanco, che ero pronto per andare a letto, quando una mia amica mi chiamò. “Hai visto?”. Che cosa? “Accendi la televisione”. Su che canale. “Ovunque”.

Rimasi fermo. Immobile. Non era possibile. Marco Pantani era morto. E con lui tutto l’amore di quel giorno d’amore.

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