Al di là dei numeri. Quel che si porta via Wiggins salutandoci

Il problema è che molte volte quello che resta sono soltanto i numeri. Quelli delle vittorie, quelli dei giorni in giallo o in rosa, quelli dei mondiali, in linea o a cronometro. Il problema è quasi sempre di questi numeri contano soprattutto quelli raccolti sull’asfalto, perché più esposto agli occhi dei più, perché più narrato e forse narrabile, più fotografato e forse più fotogenico, più inquadrato e forse più inquadrabile. C’è poi che di questi piacciono molto di più quelli raccolti a naso all’insù, per tutti i motivi detti in precedenza, ma soprattutto perché è in alto che sta la gloria, l’attimo ineguagliabile, lo “spirito indelebile della bicicletta”, almeno per Mario Fossati. Perché la salita è spettacolo e dannazione, atto di fede e di martirio, più di ogni altra cosa.

Poi c’è altro. Ma questo è questione di tempi che cambiano e vecchi esempi che si dimenticano. Ma questo è follia moderna, manette di testa, pregiudizi che cadono ai polsi senza che questi siano poi così tanto colpevoli da essere stretti. Perché colpevoli poi lo si è a prescindere, va capito soltanto quanto e soprattutto perché.

Poi c’è altro ancora. Ma è forma di mutazione, metamorfosi. Bellezza e mistero in due parole. Che poi, almeno in questo caso, Bradley Wiggins per usare nome e cognome.

Wiggo lascia oggi. Dice addio al ciclismo, forse non alla bicicletta, ma tant’è. Che poi lo si sapeva da almeno tre mesi, ma che per ora erano soltanto sorrisi, mezze ammissioni, vedremo.

Wiggo, che per numeri era numero uno, ma soprattutto lungo gli ovali, sugli ovali, che è stato per un ventennio l’ovale. Velocità, potenza, slancio, soprattutto armonia. Perché nel pedalare era questo: bellissimo. Almeno in pista, almeno nel suo universo.

Wiggo, che migliore lo è stato, imbattibile a tratti, un fenomeno in pratica. Sempre lì, in pista, nel suo universo.

Wiggo, che poi a furia di sentir dire “in pista ok, ma la strada è un’altra cosa”, si è preso a cuore la missione di far tacere quello che “la pista è nulla senza la strada”. E così anche per strada si è messo di buona lena per trasformarsi da numero in numero, uno ovviamente. Lo ha fatto tingendosi di giallo, lì in quello che per molti e forse troppi è il gotha, il meglio, ossia il Tour de France.

Wiggo, che poi è stato il primo inglese più in alto di tutti nel podio di Parigi, mica cosa da ridere, mica cosa facile: una rivoluzione, boom, stravolgimento del pregresso, della storia, quasi del ciclismo. Mai visto.

Wiggo, che poi gli han detto fatti da parte sei il passato e che ci sarebbe da incazzarsi, ma non lui. Che in pista ritorna e illumina ancora, alle Olimpiadi, ai mondiali, poi l’Ora, la sua ora, più veloce di tutti, della storia.

Wiggo, che poi i sospetti, perché “passare dalla pista al Tour è cosa impossibile”, quasi ci fossimo dimenticati di Coppi, di Merckx, di Ercole Baldini su tutti. Gente che menava ovunque, su qualsiasi superficie.

Ma erano altri tempi, altro ciclismo, altri spettatori. Era il tempo del ciclismo, di un amore viscerale e di una voglia di pedalare che era non solo passione di testa, ma soprattutto bisogno di pancia. E le riunioni erano modo per raggranellare, mangiare, vivere meglio.

Wiggo, che sfiga ha voluto di essere nato dopo Festina, Armstrong e tutto il resto, nell’epoca del grande sconforto, della disillusione.

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