Il re è un duro. Scoprire ancora una volta, anche nel deserto, che Sagan è il ciclismo

C’è un Mondiale che si è acceso a 180 chilometri dall’arrivo. Presto, prestissimo, quasi fosse una corsa d’altri tempi, quando il bianco e nero tratteggiava i ricordi e le immagini televisive ancora erano sporadiche. C’è un Mondiale che poi è stato inseguimento, vano per tutti, se non per le poche dozzine di avanguardisti che in fila indiana scandivano ritmo e speranze iridate. C’è un Mondiale che in ogni caso ha detto poco, che di spettacolo ne ha regalato a singhiozzi, non fosse stato per il vento del mattino che ha permesso alle volpi del deserto di tramutarsi in corsari. E’ stata invenzione, perché altro il Qatar può permettersi. L’evidenza che i corridori riescono sempre a rendere particolare anche il tracciato più inutile della storia dei Mondiali.

C’è questo e c’è soprattutto un uomo, che solo al comando non è mai stato, perché non era questo il caso di starci, perché non c’era possibilità di starci, ma che al comando è arrivato, inventandosi una volata che più che uno sprint è un colpo di magia, che è colpo di scena e d’equilibrismo, che è eccezionalità e evidenza. L’evidenza che abbiamo imparato a comprendere da un po’, ma che continuiamo a scoprirla pian piano e recita più o meno così: questo è un fenomeno. Perché perdere il tempo giusto, recuperarlo, uscire da un cul de sac nel quale ci si era inseriti, trovare il bandolo della volata, recuperarlo, prendere i primi e poi il largo non è cosa comune, è un saggio interno di questo sport, un manuale di imperfezione e di perfezione. Alfa e omega di come bisognerebbe andare in bicicletta.

 

Peter Sagan dunque. Peter Sagan e basta questo. Perché se ai Mondiali il tifo è nazionale, perché se ai Mondiali la bandiera conta tutto o quasi, a volte, raramente, anzi quasi mai, ci sono eccezioni. E una di queste è Peter Sagan. Con lui la nazionalità diventa un dettaglio superabile, del tutto ininfluente. Con lui il tifo particolare diventa un dettaglio. Perché lui al momento non è solo un corridore, è il ciclismo, quello vero, quello irrazionale, quello che ti fa sentire dentro a una flusso temporale senza pareti o barriere, che accoglie e abbraccia vecchie imprese, vecchi nomi, racconti, leggende, pionieri e campioni.

Un anno fa a Richmond il ciclismo scoprì un eterno piazzato diventare vincente. Al Giro delle Fiandre, il ciclismo ebbe la conferma che quel ragazzone dai capelli lunghi e dallo sguardo furbo non era più lo stesso, era qualcosa di diverso, si stava trasformando in un universo a pedali. A luglio al Tour Sagan rese accettabile un’edizione sonnolente, qualcosa di accettabile. A settembre a Plumelec schiacciò le ambizioni di chiunque con un bolide sul rettilineo finale. Domenica ha chiuso la porta in faccia a tutti. Ancora una volta.

E non sarà l’ultima.

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