Il Toscana di Girardengo e quel che perdiamo ritrovandolo cambiato

In principio fu Costante e agostana. In principio fu Giro di, 310 chilometri, oltre 11 ore di corsa. Il luogo il medesimo di oggi. Toscana. Era il 1923, era il 26 agosto, caldo e afa e “nemmeno un refolo di vento ad alleviar le pene dei tenaci”, scriveva la cronaca di allora. Strade bianche ad attraversare la regione, su di queste il polverone di cinquantotto ruote, ventinove corpi su cavalli di ferro, ventinove nomi che portavano in giro ventinove storie.

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Costante Girardengo

La corsa forza le resistenze, le sagome si piegano sui manubri, avanzano, si inseguono, tutti alle spalle di uno, del più grande. Costante Girardengo è solo davanti, non sente nemmeno il fruscio delle gomme altrui alle spalle. Il suo andare è cadenza solipsistica, una furia collinare. Poi la sorte fa il suo corso. La gomma anteriore si affloscia, la bici si imbizzarrisce, l’erba ai lati della discesa diventa materasso dove atterrare senza farsi troppo male. Via il tubolare si riparte. Non basta. E’ quella posteriore a fare lo scherzo. Pfffff. Questa volta in salita, questa volta è solo fermata, cambio, ripartenza. Venti all’arrivo, resta da sperare che non accada nuovamente. Il distacco è ampio ancora, minuti sufficienti per l’arrivo solitario. Dieci al traguardo, solo il rumore delle ruote a interrompere gli urrà della gente. Sette al traguardo e delle due ne rimane una. Il palmer di dietro s’affloscia, altri buoni da usare non ce ne sono. Continuare lo stesso, non c’è altro da fare. I metri si allungano, si moltiplicano per l’avanguardista, si accorciano, si dimezzano per chi insegue. Michele Gordini è in testa, scorge un’ombra davanti a lui, in lontananza. Michele Gordini, Federico Gay e Giovanni Brunero si trasformano in furie, braccano, inglobano. Due chilometri al traguardo e Giovanni Brunero va alla disperata, allunga, sa che con quei due non c’è storia e che su dieci volate ne perderebbe undici. Costante? Con quella gomma lì, ma dove vuole andare. Brunero però desiste, la resistenza altrui è insuperabile. Un chilometro al traguardo. Quattro davanti, Federico Gay scruta gli avversari, poi parte, lungo, veloce, sicuro. Solo Girardengo lo può battere, ma con quella gomma lì è già tanto che ai settecento metri dal traguardo ci sia arrivato. La ruota posteriore balla, ormai del tubolare resta gomma distrutta dalla mancanza d’aria. La ruota posteriore si muove, sembra staccarsi, ma è quella anteriore che conta e quella anteriore è davanti. Supera la linea, vittoria. Il Campionissimo guarda gli altri e gli occhi sono sbarrati, aperti, increduli. Primo. Ma che fatica, ma che noia vincere così. Vuoi mettere la solitudine. Fa un nodo al fazzoletto. Il prossimo anno. Il prossimo anno sarà solo. Otto minuti avanti a tutti.

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In principio fu Giro di. Ora è cambio d’aggettivo. Non più Giro di Toscana, ma Giro della Toscana. Cambia la grammatica e con essa cambia la sostanza. Non più corsa in linea, ma gara a tappe. Tre, l’ultima è la Coppa Sabatini. Perché ora va così, va che i soldi vanno all’estero, l’Uci pure, e con lei si porta i calendari che contano e le corse che contavano un tempo contano meno ora, si trasformano, diventano altro.

Dei Campionissimi, Costante Girardengo e Fausto Coppi, e dei toscanacci, Gino Bartali e Olimpio Bizzi, degli scontri Bitossi-De Vlaeminck, a quelli tra Baronchelli e Moser rimane un ricordo di qualcosa che non c’è più, perché il Giro di Toscana è sparito e con lui quella storia quasi centenaria. Si è trasformato in altro, in qualcosa di diverso, qualcosa che oggi è sorto e speriamo possa continuare. Giro della Toscana – Memorial Alfredo Martini e già questo basta per essere in ogni caso contenti e fieri che qualcosa, anche se nuovo, ci sia. Perché c’è una nazionale in corsa, la nostra, ci sono giovani che provano a prometterci che il nostro avvenire sarà buono e vincente, come Vincenzo Albanese, Simone Consonni, Davide Ballerini e Riccardo Minali, giovani che hanno già detto ma molto da dire come Fabio Aru, Diego Rosa e Andrea Fedi, uomini intramontabili come Davide Rebellin, Daniele Bennati e Franco Pellizotti. Perché comunque è ciclismo e ciclismo in Italia. E forse già questo basta e avanza.

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