Plumelec o sull’incommensurabilità di Peter Sagan

A Plumelec vivono in nemmeno tremila persone. In estate diventano, quando la stagione è buona, cinque mila o poco più, la maggior parte cicloturisti, qualche vecchietto inurbato che torna per ritrovare i luoghi d’origine, qualche turista interessato alle camminate agresti. A Plumelec neppure le ostriche sono eccelse, perché Plumelec è lontano dalla costa e a parte un discreto Chouchen, un liquore a base di miele fermentato tipico della Bretagna, c’è poco o nulla. Ma Plumelec è luogo in ogni caso particolare, storico suo malgrado, storico per meriti topografici perché la côte de Cadoudal è salitella niente male, un chilometro e ottocento metri al 6,2 per cento fatta a posta per creare inghippi alla velocità. Un chilometro e ottocento metri inaugurato al Tour de France da una cronometro a squadre nel 1982, dominata dalla Ti-Releigh di Johan Van der Velde. Un chilometro e ottocento metri resi splendidi tre anni più tardi dall’ultima prova contro il tempo indimenticabile di Bernard Hinault al Tour de France. Allora era avvio e conclusione. Prologo della Grande Boucle e rampa d’arrivo. Allora c’era Eric Vanderaerden, un passistone belga che nelle volate trovava spesso lo spunto buono e che in salita sapeva essere un cagnaccio difficile da staccare – 138 vittorie tra cui un Fiandre e una Roubaix –, saldamente al comando tanto saldamente che in pochi avrebbero pensato che qualcuno potesse superarlo. Stavano già preparando la maglia gialla per lui. Che tanto anche Hinault era dietro dopo quattro dei 6,8 chilometri di quasi dieci secondi. E Greg LeMond s’era attardato per una cambiata un po’ ingenua e aveva perso qualsiasi speranza gialla con una catena fuori posto. Eric Vanderaerden pregustava la maglia, la prima della sua carriera quando il Tasso si presentò sul rettilineo d’arrivo come un ossesso, in piedi sui pedali, lingua in fuori e sguardo basso (minuti 5/7). Primo.

 

Plumelec inizia lì. Con Hinault. Va avanti riproposta a cadenza sparsa. Un po’ Tour, un po’ campionato francese, un po’ altro. Poi arriva domenica 18 settembre, arrivano i primi Campionati europei di ciclismo, arriva qualcosa che è difficile definire. Perché Peter Sagan è questo. Un meteorite ancestrale in un mondo che insegue troppa modernità, dimenticandosi a volte di bagnare le radici che lo lega a una storia senza eguali. Peter Sagan è una strana presenza. E’ antico nel senso di capacità di andare forte in ogni caso e in ogni circostanza, ma moderno nel senso di atteggiamento e peculiarità sceniche; è sopra le righe per atteggiamento e spacconeria, ma norma pura per capacità di capire gli umori del gruppo; è altro perché poco centra con la maggior parte dei professionisti, ma assolutamente uno dei tanti per capacità di stare con i ciclisti quando la corsa infuria e il gruppo vuol far sentire la sua voce.

E’ fenomeno in se e per se. Perché conquista tutto, dal mondiale alle tappe al Tour, dal Fiandre a qualsiasi altre cose con una facilità imbarazzante.

Come ieri quando ha fatto corsa solitaria in gruppo, ha inseguito nel momento giusto, ha rimontato a due chilometri dall’arrivo la strada che lo divideva dalla testa, si è preso di forza la ruota di Daniel Moreno che provava l’allungo. E poi ha bruciato tutti con uno scatto di potenza imbarazzante, appiattendo la pendenza e creando un buco su tutti gli alti talmente ampio da voltarsi, compiacersi, decelerare, guardarsi attorno, festeggiare. Ma in modo tranquillo, come se fosse stato un gioco, come se fosse stato sin troppo semplice.

Perché Sagan è così. Incommensurabile.

 

 

Per chi si fosse perso la gara eccola qui. Basta schiacciare play e sedersi in poltrona. Buona visione.

 

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