Il tic tac di Calp e la fede (che abbiamo) in Alberto Contador

Calp è Calp in valenciano, che poi è catalano ma un po’ più del sud, diverso ma nemmeno poi tanto, ma guai a dirlo ad alta voce se a Calp si va. Calp è Calp, ma qualcuno in mezzo alla Spagna lo chiama Calpe, che poi è la stessa cosa, ma guai a dirlo a un velenciano o valenzano che dir si voglia. Calp è costa, Blanca, è spiaggia, è porto, ma turistico, è soprattutto Peñon de Ifach, un masso enorme piantato come un mistero su di una lingua di terra che si protende nel Mediterraneo. 332 metri di altezza di calcare bianchiccio a picco sul mare. Calp è questo ma soprattutto tintinnio, tic tac tic tic di tempo, secondi che diventano minuti che diventano decine che diranno molto, anche se non tutto su questa Vuelta che volge al termine. Sarà inseguimento, sarà corsa uno contro tutti e tutti contro il cronometro. Sarà lotta per il podio, per i due gradini di metallo meno pregiato, perché quello più alto, quello di rosso vestito, sembra ormai di Nairo Quintana. Il resto, che poi almeno nelle ultime tre tappe sarà motivo di vero interesse, sarà corsa a tre, sarà corsa sui secondi. Chris Froome, Esteban Chaves e Alberto Contador si differenziano di appena 25 secondi, rispettivamente 3’37”, 3’57”, 4’02” dal torero colombiano. Un lampo, un niente considerando l’infinita di salite, salitelle, rampe, rampette che sinora i superstiti della Vuelta hanno affrontato. Venticinque secondi che sono molti, perché Giri e Tour sono stati risolti per meno, ma che sono niente. Corsa a tre che magari diventa a quattro, ma qui si entra nel mistico, nel miracoloso, perché Simon Yates è quinto a due minuti e mezzo da Froome, ma ha la follia dalla sua.

L’ammiraglio aragonese Roger de Lauria, che nel 1290 prese il potere in città e diede via alla ricostruzione dopo il periodo di dominio arabo, nel 1293 disse che Calp era ardore e prepotenza, ma che per governarla ci voleva “l’intelligenza e la diligenza di un monaco, l’incoscienza di un eremita, la fede e un dono di virtù divina”. Un monito che valeva allora, forse, ma che vale soprattutto oggi. Parole che speriamo possano essere ben auguranti per Alberto Contador, che in un ciclismo che calcola e parcellizza, ancora riesce a distribuire fede e incoscienza.

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