La Vuelta delle rampe verticali è una stupidaggine dannosa

Camins de Penyagolosa come Peña Cabarga, come La Camperona, come San Andrés de Teixido, come il Mirador di Ezaro. In Spagna l’eccezione è diventata norma. In Spagna, a questa Vuelta, ma il processo è iniziato qualche anno fa, il ciclismo, o almeno quello che abbiamo visto, si è trasformato in qualcos’altro.

Un tempo c’erano la pianura e le abbuffate di velocità e confusione; le colline e gli inseguimenti, le rampe che conducono a panorami appena accennati e l’alternarsi tra gente da gloria di un giorno e uomini che guardano alle tre settimane; le montagne e le cime, gli scatti tra conifere e prati, vette da panorami veri, che si allargano fino a disperdere lo sguardo e uomini duri come sassi che lì si sfidavano, se le davano di santa ragione, pedalata dopo pedalata, tra scatti accelerazioni giochi di squadra. Infine le cronometro, solipsismo a pedali, uno contro il tempo, spettacolo onanistico che di epica ha poco ma che come poche altre specialità dipana il gruppo, divide specialisti da figuranti, lascia pochissimo al caso e tantissimo alle peculiarità personali. Questi tre, anzi quattro, ingredienti potevano essere mescolati, dosati, alternati. A ogni epoca un dosaggio diverso, a ogni edizione un componimento che poteva privilegiare qualcosa e sopratutto qualcuno. I grandi Giri erano un assist al campione di turno, erano costruiti per creare una storia che calzasse a pennello per un protagonista. Che poi questo non risultasse molte volte il vincitore era qualcosa di insito in questo sport, la sua bellezza, la sua imprevedibilità.

I Giri dell’epoca di Moser e Saronni erano un insieme di cronometro e montagne pedalabili, quelli di fine anni Novanta erano montuosi, disegnati per gli scatti in salita, per i Pantani e i Gotti, gli ultimi un susseguirsi di salite e discese toste, nibaliani. I Tour dell’epoca di Jacques Anquetil e poi un quarantennio dopo per quella di Miguel Indurain erano prove contro il tempo e passi montuosi da ritmo, che si tramutavano in mattinate alpine e pirenaiche e pomeriggi di strappi, così come piacevano a Luc Leblanc.

Funzionava così, così è sempre stato almeno dal dopoguerra in poi. Non c’era dolo in questo perché era poi la strada a decidere tutto. Molte volte vinceva il protagonista designato, altre succedeva la rivoluzione e si affacciavano meteore o tosti antagonisti. Il canovaccio però era romanzo. Poteva essere più o meno drammatico, più o meno cattivo, ma la storia c’era sempre.

Negli ultimi anni in Spagna però l’alternanza di panorami e di racconti, di giorni e di azioni, si è trasformato in un monocolore, in una dittatura assoluta che con il ciclismo ha poco a che fare. La pianura è rimasta, ma periferia desolata, le colline hanno perso peso e importanza, le montagne sono quasi scomparse. I Pirenei si sono abbassati, sono diventati contorno, i massicci del centro o del sud sono stati messi da parte, almeno per quanto riguarda la storia passata. Le Sierre, lunghe e afose, calde da sembrare forni con cime nebbiose, si sono progressivamente accorciate. Tutto è diventato un muro, una lama ispida e cattiva con la quale squarciare polpacci e quadricipiti, breve opera di logoramento, scontro tra uomo e pendenze. Non ciclismo, arrampicata.

La Vuelta si è raggomitolata su se stessa, su rampe da garage che hanno progressivamente sostituito qualsiasi cosa. Gli organizzatori sono stati sostituiti da bambinetti alle prime armi che credono che la qualità di una salita sia una somma di pendenze, che se un striscia d’asfalto o di cemento non raggiunge il 20 per cento è cosa banale, inutile. E così la Vuelta ha archiviato qualsiasi altra cosa che non fosse la scalata. Cinque muri finali, 10 arrivi in salita in totale. Nient’altro, perché nient’altro sembra avere un senso. La Spagna ha archiviato e rottamato la bellezza dell’alternativa, la magnificenza delle grandi montagne, delle scalate da trenta/quaranta minuti, dei duemilametri. Solo l’Aubisque è stato inserito. Solo l’Aubisque e niente altro.

E’ un processo che anche il Tour de France sta sperimentando, ma per fortuna in modo non troppo invasivo. E’ un processo nel quale era caduto anche il Giro, ma dal quale fortunatamente non è precipitato, aggrappandosi al buon senso e tirandosene fuori. Perché i muri, i Montelupone, i Guardiagrele, i San Luca ecc sono bellezze di sofferenza, ma che devono essere dosati, amministrati, “contagocciati” – se mi passate il termine –, sicuramente non abusati.

Lo spettacolo di quest’ultimo Giro d’Italia è stato merito delle grandi montagne, delle grandi peregrinazioni alpine. I Duemila a ripetizione, le lunghe ascese e le lunghe salite, le tappe pianeggianti che si inframezzavano come appoggi nei quali respirare di una transumanza a pedali. Vincenzo Nibali ha domato i Duemila, ha creato sconquasso a 2.600 metrim lì dove la neve copriva il paesaggio e diventava paesaggio. Steven Kruijswijk che aveva dominato sino ad allora si è perso in discesa, si è capovolto sulla neve in un gesto di sfortuna agonistica tanto bello quanto tragico. E’ stato abbattuto e battuto perché lassù tra le nevi la solidità fisica è conseguenza molte volte di quella mentale. Ne sa qualcosa Jan Ullrich spentosi di testa prima che di gambe dal volo di Marco Pantani sul Galibier nel Tour del 1998. Ne sa qualcosa Alex Zulle che pochi mesi prima si era eclissato nelle terre italiane. Ne sanno qualcosa Zilioli, Baronchelli, Chioccioli e Visentini che potevano essere splendidi campioni e che invece lo sono stati ma solo in parte. Ne sapeva qualcosa soprattutto Claudio Chiappucci che forse rispetto a questi ultimi aveva meno classe e capacità, ma che grazie a una testa dura come un sasso e a una pazzia bellissima è riuscito a rendere onore come pochi a uno sport che tra le vette ha sempre trovato la sua dimensione più bella.

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