Freddie Mercury, le bici e il seno svizzero per Zoetemelk che crearono un mito

L’amore non c’entra. Non passione, un incrocio fortunoso; non un inno, musica, parole e quelle immagini lì che sembrano essere manifesto ma che manifesto non sono. Comunque tant’è. Comunque meglio così, perché delle premesse è giusto fregarsene a volte e guardare solo al risultato finale.  E così poco importa se a Freddie Mercury le biciclette non piacevano. “Non gli sono mai piaciute, non credo ne avesse mai usata una in vita sua, a lui piacevano le Rolls Royce”, disse il chitarrista dei Queen Brian May una decina di anni fa al Rolling Stone. Due mondi che non si sono mai incontrati, difficilmente avvicinabili, che però sono riusciti a generare qualcosa di eccelso, che supera di gran lunga le non intenzioni ed è rimasto immagini e ritornello nella testa di tanti. Perché “Bicycle race” è questo, canticchio e fischiettio, video e musichetta. Costume, forse. Sicuramente avvio.

I Queen sono riusciti a creare un’usanza, quella di correre nudi, a volte e da qualche parte nel mondo. World Naked Bike Ride, che ha anche una sigla WNBR, che se no non è movimento, che se no sembra meno seria. Ha preso Londra, la Germania, l’Australia, si è spinta in Cina ed è ritornata in America. E’ messaggio e protesta, soprattutto richiesta, anche se quale non sempre è chiaro: c’è di mezzo la mobilità, l’ecologia, il diritto di avere diritti. In ogni caso c’è, vive ed è molto Freddie Mercury, molto Queen, anche se molte volte in molti non ne hanno coscienza.

Bicycle race ha preso una via sua, ha battuto nuovi percorsi, ma è legata a una via vecchia di oltre 100 anni, una via che è rue, che è Francia, almeno geograficamente e per nascita, che è Olanda almeno per interpretazione, che è ciclismo e ciclismo alla sua massima espressione: in una parola Tour de France.

L’origine è transito. Era il 1978 e un romanzo si era appena concluso: Eddy Merckx aveva dato l’addio al ciclismo da pochi mesi. Buon per i tanti secondi che del Cannibale hanno visto solo le spalle si pensò, quando al Tour di quell’anno apparve chiaro che per tutti i battuti non ci sarebbe stato scampo e che battuti sarebbero continuati a essere. Perché dalla Grande Boucle era emerso un altro fenomeno, non un dittatore come il belga, ma altrettanto autoritario e superiore agli altri. L’impero passava di mano, non si eclissava. Il Cannibale lasciava spazio al Tasso, il suono angusto e vocalico, duro come un muro, a uno più armonioso, dolce, ma altrettanto totalitario: Hinault, che faceva Bernard di nome, che faceva fenomeno di professione.

Era l’estate del 1978 e Freddy Mercury rimase affascinato dal Tour e dalla storia di quel magrolino un po’ stempiato che finiva sempre dietro a qualcuno, che sul podio ci saliva sempre ma mai da vincente, che aveva un po’ la sindrome di Calimero, di Paperino e che nonostante si sforzasse di farcela, di vincere, che desse tutto per farlo, non ci riusciva mai. Quello lì era Joop Zoetemelk, era olandese e sino ad allora davvero non era riuscito a diventare mai altro che una presenza sul podio. Secondo nel 1970 e nel 1971 e poi nel 1976, e ancora, ma dopo, nel 1978, nel 1979, nel 1982.

Joop_Zoetemelk_1979

Era stato lui a passare di giallo vestito a poche centinaia di metri dallo studio di registrazione dei Queen a Montreaux in Svizzera, lui a ricevere lungo il seno al vento di una fricchettona con su scritto “Joop sposami”. Era il 19 luglio, era la 18esima tappa, la Morzine-Losanna, 138 chilometri, e quel giorno vinse allo sprint un altro olandese, Gerrie Knetemann.

Bicycle race è figlia del Tour, figlia di Joop, figlia di una dichiarazione d’amore scritta con il rossetto sul petto prorompente di una giovane. E questo basta per farcela piacere, nonostante ciò che delle bici pensasse Freddie Mercury.

Bicycle races are coming your way

So forget all your duties oh yeah!

Fat bottomed girls

They’ll be riding today

So look out for those beauties oh yeah

On your marks get set, go!

 

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