Se questa è una corsa. Il volo di Kruijswijk e il solito problema sicurezza in Spagna

Siamo alle solite. Alla Vuelta si vola. Ci sono le fughe, certo: come quella di Geniez, resistente e inossidabile su quel chilometro e ottocento metri verticale come una lama del muro di Ezaro, come quella di Calmejane verso San Andrés de Teixido il giorno dopo, che ha dato la maglia rossa a Darwin Atapuma. Ma i voli sportivi lasciano spazio sempre a quelli fisici, terreni, nel senso di asfalto. Quello che dovrebbe rimanere sotto le ruote dei corridori e che invece i corridori sento sotto la loro pelle, in caduta libera. I ruzzoloni fanno parte di questo sport, è sempre stato così. Giri, Tour e Vuelte si sono vinti e persi grazie o a causa di cadute, di scivolate. Hanno lanciato avversari e fatto ritirare campioni. E’ anche questa incognita parte della bellezza e della spietatezza di questo sport, che in fatto di cinismo e bastardezza ha pochi eguali. Ma quanto sta capitando da un po’ di anni a questa parte alla Vuelta esula dalla casualità infame che manda a terra gregari e campioni, sprinter e uomini di classifica.

C’è un problema di sicurezza evidente in terra spagnola. E così disattenzioni organizzative sono un pericolo per i corridori, e così disattenzioni organizzative asfaltano protagonisti più o meno noti venuti nella penisola iberica a correre. Il problema è a bordo strada. Il problema è legato a quei paletti maledetti che non raggiungono il metro e che servono a delimitare lo spazio pedonale da quello riservato alle macchine. Oggetti non pericolosi di per se in un ambiente urbano normale, ma che possono diventare pericolosissimi al passaggio di oltre un centinaio di biciclette lanciate a oltre 50 all’ora.

Ecco quanto successo a Steven Kruijswijk nel corso della quinta tappa:

 

E non è la prima volta. L’anno scorso al Giro dei Paesi Baschi un altro paletto aveva procurato una caduta di massa che solo per fortuna n0n aveva avuto conseguenze nefaste.

 

Un anno e mezzo dopo, era il 6 aprile, la situazione non è cambiata. L’Uci continua a chiedere ai corridori reperibilità 365 giorni all’anno, 24 ore su 24. Li obbliga a alzate all’alba per controlli, li vuole irreprensibili, giustamente sia chiaro, però non applica altrettanta severità a chi le corse le organizza e che dovrebbe garantire se non la sicurezza totale, impossibile, siamo su strade aperte al pubblico, quanto meno la dignità di non trovare in mezzo al loro cammino pericoli non richiesti.

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