Uno squadrone per Nibali ci piace. Ma i petroldollari non sono un bene per il ciclismo

Vincenzo Nibali innanzitutto. Fulcro di un sistema gravitazionale a pedali che parte dall’Italia supera il Mediterraneo e approda nella penisola arabica e da lì riparte per (tentare di) conquistare l’Europa. Lo Squalo e non solo però. Perché ci sarebbero anche Alessandro Vanotti e Valerio Agnoli, perché di scudieri fidati e prestanti nessun capitano può farne a meno. Perché ci sarebbero anche Diego Ulissi e Giovanni Visconti e poi Sonny getimageColbrelli, Manuele Boaro e Salvatore Puccio. E anche, almeno, due talenti del futuro ciclo italico. In pratica gran parte dell’Italia che pedala meglio, gente di spunto e di fatica, gente che sa cogliere successi quando può e lavorare sodo quando serve. E così niente male verrebbe da dire. E se davvero fosse così, e così dovrebbe essere dal primo agosto perché sino ad allora il ciclismo si muove muto e ancora si muove come fosse immerso in un barlume di serietà – mica è come il calcio che è mercato tutto l’anno –, l’Italia si troverebbe ad avere una super-squadra, una di quelle che raccoglie molto di buono di quel (poco) che abbiamo sotto una sola insegna. Anche perché attorno ai nostri ci sarebbero pure Louis Meintjes, che ha 24 anni è sudafricano ma soprattutto un gran motore per gli anni venturi, e Roman Kreuziger, che di anni ne ha 30 è ceco e ha esperienza e cilindrata per fare ancora la differenza nel mondo dei grandi gregari.

Tutto bene quindi. Parrebbe di sì, ma non è vero.

E non è vero perché se ora è legittimo esultare per un progetto nato e cresciuto attorno alla figura di Nibali, che darà a lui la grande squadra che merita un campione (va detto per onestà che anche all’Astana, almeno per rosa, il messinese aveva a disposizione un parterre de roi), questo progetto potrebbe nuocere al ciclismo più di quanto ora sembra far bene.

E non è vero perché di italiano, per davvero, questa formazione ha poco o nulla.

Il futuro – anche se ormai certo – Bahrein Cycling Team è al momento una grande attrattiva ciclistica, una di quelle cose che fanno dire beh finalmente il ciclismo esce dalla nicchia ecologica che si è sempre scavato e che ha sempre orgogliosamente difeso per attrarre i grandi capitali, quelli davvero grandi. Gli sceicchi sono arrivati in questo sport, dunque. E questo sport non può che crescere, verrebbe da aggiungere. Vero, assolutamente inconfutabile.

Ma non è detto che questo sia un bene.

Schermata 2016-07-29 a 12.42.34Lo si è visto con la Sky.

Il budget del team inglese ha raggiunto quest’anno i 35 milioni di euro. Uno sproposito se paragonato a quello medio del circuito del Pro Tour.

Dietro agli uomini di Froome ci sono la Katusha con 32 mln, BMC con 28 mln, Tinkoff con 25 mln, Astana con 20 mln. Il resto è distante. La maggioranza delle formazioni della serie A del ciclismo mondiale va avanti con un budget complessivo che è meno della metà di quello della Sky.

(Che poi questo patrimonio la Sky sia riuscito a farlo fruttare e Katusha e Bmc un po’ meno è merito di una dirigenza seria e preparata, di strategie riuscite e di una programmazione certosina di obbiettivi e mezzi per arrivare a conquistarli)

Il nuovo gruppo sportivo guidato dagli sceicchi inizierà la propria avventura con una potenzialità di spesa di 18 milioni di euro. A salire. Da quanto è trapelato da ambienti vicini alla proprietà infatti il budget iniziale verrà progressivamente pompato dalla dirigenza sino ad arrivare nel giro di tre anni a oltre 35 milioni di euro. Il sultano vuole vincere e per farlo sembra essere disposto a costruire un super team. Il modello, ovviamente è la Sky.

L’arrivo degli inglesi è stato un terremoto progressivo nel mondo professionistico. Prima il cambio di preparazione, lo studio millimetrico dei parametri. Poi la campagna acquisti e la creazione di una flotta di scudieri che nessun altro può permettersi di avere attorno al corridore più forte, forse, in circolazione. E’ l’estremizzazione del metodo Us Postal, quello che ha contribuito a far diventare Lance Armstrong praticamente imbattibile – doping a parte (alla Sky non ci sono mai stati casi di positività). Mettere sotto contratto almeno tre/quattro uomini da prime dieci posizioni in un grande giro per “difendere” il capitano vuol dire schierare una bocca da fuoco che interrompe sul nascere qualsiasi rivolta.

Se il più forte ce lo hai in casa e se attorno a lui schieri come gregari alcuni di quegli avversari che lo possono, almeno sulla carta, metterlo in difficoltà, fai in modo di avere un fortino quasi inespugnabile.

Nella storia di questo sport ci sono sempre stati grandi campioni assistiti da grandi gregari, questo è innegabile. Fausto Coppi aveva un’ombra Sandrino Carrea, uno che tra i primi dieci ci sarebbe stato facilmente – e infatti ha fatto nono al Tour del 1952 –, ma che lavorava come un mulo per il Campionissimo, “perché lui è Fausto e io Sandrino e ho detto tutto”. Gino Bartali ha avuto Giovanni Corrieri e Aldo Bini. Bernard Hinault ha avuto Jean-René Bernaudeau uno che sul podio del Tour ha rischiato di finirci più volte. Jacques Anquetil ha avuto Lucien Aimar. Miguel Indurain ha avuto Pedro Delgado e Jean Francois Bernard, prima, e Jose Luis Arrieta e José Maria Jimenez, in seguito. Tutta gente tostissima.

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Fausto Coppi con Andrea Carrea detto Sandrino

Mai nessuno però ha avuto tutti assieme i Poels, i Thomas, gli Henao, i Landa, i Nieve eccetera eccetera eccetera che Chris Froome ha avuto quest’anno, lo scorso, quegli prima. Un accentramento così non si era mai visto.

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E un accentramento così ha come conseguenze una corsa come quella che il Tour è stato. Uno squadrone in testa e il resto a succhiare ruote.

E come probabilmente il Tour sarà nei prossimi anni se il Giro non riuscirà a trovare le risorse economiche per contrastare lo strapotere della Gran Boucle: il montepremi francese è cinque volte maggiore di quello della corsa rosa, e questo spiega molto del perché tutto il meglio del ciclismo mondiale muove armi e bagagli per il luglio transalpino e ignora il maggio italiano.

Mancano le idee, questo è certo, manca il coraggio, e lo è altrettanto, ma questi atteggiamenti sono anche generati dall’impossibilità di cercare di far saltare il banco. Per un Henao in giornata storta, per un Thomas in crisi, c’è un Landa o Poels pronto a far andatura. E le altre squadre non hanno contromosse praticabili, se non l’attacco di massa. Attacchi però che non si sono mai visti al Tour. Perché c’è una classifica Pro Tour che impera e impone di conteggiare anche i piazzamenti per la spartizione dei premi finali. Meglio quindi un quinto posto sicuro che un secondo possibile, che poi magari non arriva e si trasforma in un decimo.

Un altro squadrone non farebbe altro che esasperare questa situazione, bloccherebbe qualsiasi fantasia di una generazione ciclistica già poco fantasiosa di suo, con alcune eccezioni.

Si parla di giri di tre settimane ovviamente, soprattutto di Tour, perché fortunatamente le classiche rimangono discorso a se, nel quale il campione ancora riesce a imporsi anche in mancanza di una squadra che lo supporta.

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