Il ciclismo si è trasformato nella Formula 1: benvenuti al Tour della noia

Si è concluso il più brutto Tour de France della storia recente. E questo è già una notizia. Perché questa edizione della Grand Boucle di notizie non ce ne sono state, eccezion fatta per le comiche fantoziane di un’organizzazione mai come quest’anno inadeguata. Se infatti il gonfiabile della flamme rouge che cade pochi secondi prima del passaggio di Adam Yates atterrandolo e l’ingorgo stradale che manda al tappeto Richie Porte, Bauke Mollema e Chris Froome salendo sul Mont Ventoux sono le due immagini che ricorderemo della 103esima edizione , beh vuol dire che il racconto è fortemente inadeguato.

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Non ci fosse stato Peter Sagan che ha animato la corsa praticamente ogni qualvolta che ne intuiva l’occasione, la noia – totale e totalizzante, anzi totalitaria – sarebbe stato l’unico filo rosso a unire le ventuno tappe. Peto ha vinto tre tappe: in cima a uno strappo, regolando il gruppo in volata, aprendo e chiudendo un ventaglio. Peto è andato in fuga in frazione mosse, montuose, pianeggianti. Ha dominato la classifica a punti, maglia verde che è smeraldina per preziosità oltre che per cromatismo.

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Come lui Jarlinson Pantano, colombiano che scala montagne come d’abitudine nazionale, cioè bene, ma che le sa anche affrontare a naso all’ingiù, il che è eccezione. In fuga c’era sempre, ha vinto una tappa, quella di Culoz, ha animato montagne che se non fosse stato per lui – Majka, De Gendt, Rui Costa – e per pochi altri sarebbero rimaste addormentate nel loro incantevole scenario.

A tradire i monti infatti non sono stati i cacciatori di tappe, gli eroi di un giorno. Sono stati i cosiddetti big, quelli che dicevano, almeno a parole almeno alla vigilia, di essere in Francia per cercare di rendere dura la vita al re atteso, quel Chris Froome che in Normandia era arrivato con l’intento di giungere in maglia gialla a Parigi e che in maglia gialla a Parigi è giunto davvero. E per primo.

I grandi giri sono sempre stati un insieme di racconti di imprese, grandi o meno, eccezionali o meno, impensabili o prevedibili. Sono stati domini, espressione di superomismo o ribaltamenti scenici. Miguel Indurain i suoi Tour li vinceva a cronometro, poi amministrava in salita. Non era spettacolare, era però bellissimo da vedere, uno spettacolo di eleganza. Lance Armstrong i suoi Tour li vinceva a cronometro e dopo aver menato tutti sulla prima salita. Il resto era ancora amministrazione. Neppure lui era spettacolare.

Indurain e Armstrong erano considerati imbattibili. Eppure c’era gente che li sfidava, ci provava, azzardava. Più nell’epoca del Navarro che in quella del cowboy, ma in ogni caso qualcuno c’era. Richard Virenque ci provava da lontano buttandosi in mezzo a fughe d’alta quota, anticipava. Joseba Beloki non si dava per vinto, provava con gli scatti a piegare il ritmo degli americani della US Postal. Non gli bastava la salita, tentava pure in discesa. Giù dalla Côte de la Rochette, nel tentativo di staccare Lance, ci rimise un femore e, visto quanto è venuto dopo, la carriera. Oltre un lustro prima erano state invece le fughe di Claudio Chiappucci a far vacillare lo spagnolo. Sia il Diablo che il basco non avevano il fisico per reggere il confronto con i due dittatori, forse nemmeno la classe, ma avevano le palle di non arrendersi, di non dare per scontata la loro sconfitta. Quello che fece anche Marco Pantani prima con il campione di Pamplona, messo ko sul Mortirolo e sul Valico di Santa Cristina nella stessa tappa – la Merano-Aprica – nel Giro del 1994 e poi all’Alpe d’Huez e a Guzet-niege al Tour del 1995, e poi con l’americano, piegato con polemiche annesse sul Mont Ventoux e dominato verso Courchevel nel 2000. Ma il Pirata per talento e classe era un loro pari livello, tanto che riusciva a trasformare la salita in sinfonia, ogni attacco in marcia trionfale.

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A spingere questi avventurieri era la voglia di impresa, l’indomita volontà di riscrivere quello che tutti pensavano fosse già scritto. C’era un desiderio di rivalsa sportiva, di bramosia di vittoria, soprattutto un amore totale per il mezzo, la bici, che è pennello che può dipingere qualsiasi cosa, basta avere la classe per farlo e la convinzione di poterlo fare.

Un disamoramento che invece affligge gli atleti di oggi, o almeno quelli visti all’opera in questa edizione del Tour, più inclini a difendere il poco conquistato sulle strade che a cercare la ribalta della conquista. I Pirenei sono stato un dormiveglia ascensionale, scosso solo dall’attacco in discesa di Chris Froome, primo in picchiata a Bagnères-de-Luchon. Archiviati con dolo e con scusante: il Tour è lungo. Il Mont Ventoux ha visto due scattini di Quintana, più ridicoli che reali, prima di vedere Bauke Mollema partire, Richie Porte andargli appresso e la maglia gialla raggiungerli. Anche lì la solita litania: il Tour è lungo.

E così sono arrivate le Alpi.

E così non sono arrivati gli scatti.

Fabio Aru, uno che era al primo Tour, c’ha provato un paio di volte, ha messo la squadra in testa per sovvertire l’ordine precostituito. E’ andata male peccato.

Romain Bardet invece la squadra in testa non ce l’ha mai messa, ma sta all’Ag2r non alla Movistar, in testa ci è andato in prima persona. Ha mandato a quel paese l’ammiraglia che gli diceva di non strafare e ha strafatto. Allungo in discesa, sotto la pioggia che intanto aveva mandato al tappeto Froome, e difesa strenua in salita. Braccia alzate a Saint-Gervais Mont Blanc. Ha azzardato e ha conquistato il secondo gradino del podio – era quinto al mattino. Non era migliore degli altri, ha solamente provato a fare qualcosa.

E così nel nulla generale, Froome è stato in definitiva quello che ha dimostrato più coraggio. Si è inventato un attacco, ha sfruttato l’intuizione di Sagan verso Montpellier e ne ha accondisceso l’impeto di un attacco inaspettato. Poi ha regolato tutti contro il tempo. È bastato per avere la meglio di gente del tutto non volenterosa di creare il minimo problema al re designato.

Il che è un paradosso.

Proprio colui che ha fatto dei numeri, del controllo capillare dei propri dati fisiologici in corsa il proprio mantra, è stato colui che in un Tour dominato dal controllo dei parametri fisiologici da parte di tutto il gruppo ha inventato qualcosa. Proprio lui che è stato criticato perché da sempre attaccato alla radiolina, la radiolina l’ha abbandonata quando c’era da azzardare per scansarsi dalla schiena i rivali.

E nelle radioline c’è molto del progressivo appiattimento del ciclismo moderno. Ha detto Bardet: “Dall’ammiraglia dicevano, non farlo, non partire, troppo rischioso. Ho spento la radiolina e sono partito. Mi sentivo bene e sapevo di poter tenere”. Un tempo l’azione che capovolgeva la corsa era raptus di follia, colpo di teatro. Merckx che attacca in Calabria al Giro d’Italia del 1972 dopo la mezza crisi del Blockhaus e ribalta la corsa; Coppi che scatta sul primo colle della Cuneo-Pinerolo e stravolge la storia di quell’edizione e per anni il ciclismo; Pantani che fugge sul Galibier dopo aver fatto la rivoluzione un mese prima sulla Marmolada. Tutto questo è stato generato da un’illuminazione, dalla capacità di capire che quello era l’attimo esatto nel quale la corsa poteva essere stravolta.

Quello che manca ora è questo. Il guardarsi attorno e in faccia. Tutto è numeri, watt, vam ecc. E il Tour di quest’anno ne è stata la sublimazione. La bici è diventata una Formula 1, senza nemmeno gli ottani nel serbatoio.

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