Quegli abbandoni che fanno incazzare. E poi si critica Nibali…

C’è un malcostume irritante nel ciclismo moderno, una moda che provoca disamore anche per campioni, ottimi corridori, gente che, se ciò non accadesse, sarebbe giusto, anzi doveroso, applaudire incessantemente. Questa riguarda la pianificazione di progetti futuri. Non che sia un male in sé, la consuetudine di programmare la propria stagione per avere i picchi di forma massima nelle corse più importanti del calendario c’è sempre stata almeno da quando Fausto Coppi e i suoi uomini hanno iniziato a modificare la preparazione fisica in modo più o meno scientifico. Il problema è affine a questo e si presenta quando questa pianificazione comporta l’abbandono di una grande corsa in vista di altri appuntamenti. Marcel Kittel e Andrè Greipel al Giro di quest’anno, gli ultimi. Almeno sino a oggi, anzi a ieri sera, quando Mark Cavendish, vincitore di tre tappe in questa edizione del Tour de France, ha deciso di lasciare la Grand Boucle per continuare a casa sua la preparazione all’Olimpiade di agosto a Rio.

I tre ritiri sono uguali per forma, per tempistica, per gravità. Arrivano le montagne e gli sprinter salutano. Arriva la settimana decisiva e fanno i bagagli per qualche giorno di riposo in più. Nessuno mette in dubbio la sensatezza del ragionamento: io sono un velocista, in montagna fatico come un dannato e ben che vada me ne sto tranquillo senza il patema del tempo massimo, quindi me ne vado a casa perché tutte queste sono fatiche inutili, mica aspettano me, mica posso scrivere qualche pagina di ciclismo su queste strade, sarò spettatore, mica protagonista. E’ logico, lampante. Peccato che sia quanto più di cattivo gusto ci sia in questo sport. Perché è corsa, innanzitutto. Perché è irrispettoso sia per gli altri atleti, compagni di squadra in primis che si sono fatti il mazzo in pianura per agevolare il più possibili i successi di questi sedicenti campioni, sia per i tifosi. Perché è uno sputare in faccia a tutta la bellezza passata di queste grandi corse.

FiorenzoMagniI Kittel, i Greipel, i Cavendish sarebbero da bandire da tutti i grandi Giri. Sarebbe da considerarli non graditi alle prossime edizioni: la corsa va innanzitutto onorata, va conclusa in qualsiasi modo. Lo ha fatto Fiorenzo Magni con una clavicola rotta attaccato con i denti a una camera ad aria al manubrio per non gridare dal dolore. Lo ha fatto Tyler Hamilton, e dico Tyler Hamilton, con un scapola fratturata. Lo hanno fatto in tanti, in tantissimi coperti di escoriazioni botte e lividi. Lo fa chi va in bicicletta ogni giorno, magari con il mal di schiena, con le ossa che fanno male, con una chiappa abrasa o con un’insolazione che solo la maglietta addosso è una forma di tortura. Lo fa chi la bici la ama, chi la desidera e la vuole sopra ogni cosa nonostante non sia campione, nonostante non ci sia una corsa vera, ma solo una  corsa personale.

Sarebbe giusto fregarsene di gente così e smetterla di prendersela con professionisti seri come Vincenzo Nibali che pur non al meglio, pur con in testa l’Olimpiade, pur non in forma per correre un Tour da protagonista come dovrebbe essere e come sarebbe giusto, comunque e in ogni caso la corsa la onora, con una fuga, con una tirata in testa al gruppo, con un accudimento al giovane Aru. Restando anche solo in mezzo al gruppo.

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