Froome sarà fortissimo, ma lui… buon compleanno Miguel Indurain

FRANCE-TOUR_DE_FRANCE_LE-48C’è una foto che parla di Miguel Indurain molto meglio di qualunque cosa sia stato scritta su di lui. E’ stata scattata nel 1993, sulla salita che porta a Isola 2000. Quel 15 luglio le Alpi erano un forno. Il sole batteva cattivo sulle spalle dei corridori e anche a oltre duemila metri il termometro si avvicinava ai trenta gradi. Indurain è già maglia gialla. L’aveva conquistata due giorni prima stracciando tutti i rivali nei 59 chilometri della cronometro di Lac de Madine. Su quella salita, in quella foto sono ritratti in cinque: Toni Rominger in primo piano, lo spagnolo dietro a lui, Alvaro Mejia e Bjarne Riis, poco più indietro Zenon Jaskula. Sono i reduci del massacro a pedali che hanno fatto sul Col de la Bonnette (il Giro ci passerà sabato 28 maggio) dai compagni dello svizzero Rominger. Mancano meno di cinque chilometri all’arrivo, sono tutti al gancio, lo sforzo è massimo, i lineamenti si alternano, le espressioni sono immagine di sofferenza, i volti sono madidi di sudore, i corpi si piegano per lo sforzo. Tutti. Con un’unica eccezione: Miguel Indurain.

Il Navarro è stato campione eccezionale, fu il primo a introdurre un modo di andare in salita che nei decenni successivi rivoluzionò il ciclismo: rapporto agile, grande frequenza di pedalate per salvare la gamba e competere con gli scalatori, una trovata che consentì negli anni successivi a molti passisti di competere con i migliori grimpeur nelle grandi salite. I risultati, per quanto incredibili, furono secondi in ogni caso alla sua eccezionale eleganza. Indurain in sella era una cosa sola con la bicicletta, uno spettacolo di precisione e sincronismo. Di immobilità. Il suo movimento era perfetto, gambe che vorticavano, schiena e spalle perfettamente immobili. Se durante una cronometro gli avessero messo un libro sulla schiena sarebbe arrivato al traguardo nella stessa posizione dell’avvio. Indurain era padrone magnanimo. Uccideva le corse a cui partecipava contro il tempo, poi gestiva, seguiva il più forte in salita, sfruttava la sua foga per staccare gli altri, poi lasciava la vittoria agli altri. “Conta vincere la guerra, non le singole battaglie”, diceva. “Un nobile e raffinato despota, è stato il migliore contro cui perdere”, disse Tony Rominger, che gli fu per anni avversario.

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