Colpo di vento al Tour

Nel 1622 Luigi XIII, detto il Giusto, decise che gli ugonotti, i protestanti francesi di fede calvinista, dovevano essere eliminati e la Francia tornare cristiana. Per questo doveva essere spazzata via la repubblica indipendente di Montpellier, sorta nel 1567, roccaforte ugonotta del sud del paese. Prima chiese la resa pacifica, non ottenuta questa assediò la città. Impiegarono otto mesi le truppe reali prima di conquistarla. Il re firmò lì un editto, quello di Montpellier appunto, nel quale dava ai protestanti la possibilità di professare il proprio culto soltanto a La Rochelle e a Montauban.

montpellierQuasi quattrocento anni dopo a Montpellier è stato firmato un altro editto, non religioso questa volta, ma ciclistico, ma ugualmente sfavorevole a quelli che cercavano di sovvertire l’ordine costituito e mettere in dubbio il primato sportivo. A smazzolare ogni possibile rivolta ci hanno pensato re Chris Froome e sua maestà Peter Sagan che supportati dai fidi scudieri Geraint Thomas e Maciej Bodnar, non hanno avuto di meglio da fare che stravolgere il buon senso che li guidava verso un finale tranquillo allo sprint, terreno di caccia del secondo risparmiando così un po’ di energie per il finale di questo Tour de France che si preannuncia quantomeno elettrico.

Montpellier ha volto lagunare e culo collinare, non è mediterranea e neppure Massiccio centrale, è luogo di pianure e spiagge abbastanza vicine da essere meta di cultura e vacanze. Il resto sono laghi e stagni, fenicotteri e migrazioni volatili, per stare sul naturalistico, di volate e velocità per abbracciare invece il ciclismo, qualche volta di agguati. Charly Gaul qui nel 1956 buttò via definitivamente il Tour dopo la mezza crisi sui Pirenei. Nel 2007 un colpo di mano di Cancellara e Pozzato mise a soqquadro i piani dei velocisti, Robert Hunter a parte che riuscì a spuntarla comunque.

L’agguato questa volta è avvenuto a poco più di una decina di chilometri dall’arrivo. Vento forte e laterale, qualche ventaglio abbozzato ma non andato a buon fine. Questo prima che fosse ancora una volta il campione del mondo a prendere in mano la situazione. Sagan accelera, Bodnar lo segue, un compagno fa il buco ed ecco creato il distacco. Il gruppo guarda: due davanti e tutti dietro è suicidio agonistico, pensano. Ragionamento sensato se non fosse che quei due sono passisti prodigiosi e che alle loro spalle rientrano Geraint Thomas, che passista lo è altrettanto, e Chris Froome, che più che passista è prodigio e basta.

I quattro vanno che è una meraviglia e il gruppo, nonostante l’impegno, rimane fregato. Il distacco cresce, arriva ai venti secondi, a venticinque, poi cala. Dietro hanno impiegato cinque chilometri a organizzarsi, la loro rincorsa è tanto furente quanto inutile. Davanti capiscono di avercela fatta, Thomas dà l’ultima trenata per mettere più secondi possibile tra loro e gli altri, Bodnar riaccelera, Froome prova a beffare Sagan, ma è tentativo più che altro di facciata, per dire “io c’ho provato”. Sagan lo guarda, quasi sorride per la sua accelerata, fa due pedalate e lo stacca di quanto basta per alzare le braccia e vincere.

Sei sono i secondi che Froome riesce a portar via sulla strada, sei quelli per abbuono, che fanno dodici, che non sono granché certo, ma che sono uno schiaffone cattivo e perfido a tutti gli altri, Quintana in primis, ora staccato di 35 secondi.

E così una giornata banale si è trasformata in uno spettacolo atipico. Atipico perché Froome secondo in una tappa piana non si è mai visto né sentito; atipico perché Sagan si era sciroppato 170 chilometri all’aria anche ieri; atipico perché l’ardore e la testardaggine con cui il campione del mondo si inventa azioni e vittorie è quanto meno romantico, sicuramente eccitante, certamente unico.

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