Tra Alpi e Pirenei. L’epica montana del Tour, sofferenza dei grimpeur

articolo apparso su Pagina 99

 

Il Tour de France è la Grande Boucle, il grande ricciolo, perché il suo percorso, almeno per un cinquantennio, disegnava un boccolo di strade all’interno del territorio francese. Da Parigi a Parigi lungo le regioni esterne della Francia. A fare da sfondo il mare per buona parte, blande colline e tanta pianura, poi da 1905, i Vogsi, alture renane che entreranno nella storia più per la Grande Guerra che per meriti ciclistici. Lì le prime fughe, le prime imprese, ma l’epica, quella vera, si è scritta altrove, lì dove la periferia si fa montagna. Qui stanno le Alpi, a sud-est, le prime ad essere affrontate nel 1907, Col de Porte, 1326 metri sul livello del mare – sebbene in molti considerano questa salita prealpina e a tal proposito sostengono che sia il Galibier, introdotto nel 1911, la prima vetta alpina a essere percorsa al Tour –, ora nulla più di un antipasto, un tempo portata principale: i Pirenei, a sud ovest, scoperti nel 1910, arrivati a noi invece quasi intatti.

Alpi e Pirenei non sono solo catene montuose, sono qualcosa di più, due modi di intendere la salita, il Tour, la fatica. Due modi di vincere o di arrendersi a sua maestà la montagna. Sono diversi, distanti, non solo geograficamente, anche umanamente. Sono mondi paralleli, universi differenti, uniti solamente dall’amore per la bicicletta, loro malgrado. Le Alpi sono maestose e regali, sono smeraldine e imponenti, montagne nobili, lussureggianti, ricche, a loro modo, in modo parsimonioso, se resiste in loro la dignità montanara, eccessivo e un po’ kitsch se è il mondo cittadino ad averle conquistate e sedotte. I Pirenei “sono per lo più montagne povere e ci fa più caldo, naturalmente”, scrisse Gianni Mura nel 1991, perché “solo le montagne ricche godono di ventilazione apprezzabile”. Sono verdi certo, ma di un verde smunto, dal quale escono costoni terrigni, ocra, slavato e secco. Niente a che vedere con il rosaceo delle Dolomiti, niente a che vedere con i toni brillanti di grigio delle altre Alpi.

Sorelle per origini, ma figlie di un Dio diverso. Lo si vede guardandole, lo si capisce leggendone i nomi. Serre Chavalier, Col de la Madeleine, Galibier, Izoard, Col du Glandon. Le Alpi sono epica fatta toponomastica. Rimandi a un mondo antico di eroi, santi e cavalieri erranti, un poema divenuto montagna. Sono letteratura, chanson de geste. I Pirenei al massimo d’appendice o di genere, giallo. Non per il Tour, per il mistero. Tourmalet, Peyresourde, Aubisque e Hautacam. Nomi buoni per Maigret, sgraziati, che incutono timore.

I francesi le Alpi le dividono con noi, dalla nostra parte il versante duro, scosceso, dalla loro quello più dolce, gentile. Ringrazia per questo chi la montagna la vive, storgono il naso invece gli amanti del ciclismo, perché più la strada è ripida, più gli scalatori ci vanno a nozze. Da un lato le lunghe salite, infinite, dall’altro la pendenza che divora i muscoli. I Pirenei invece li dividono con gli spagnoli. Ma qui non c’è dolcezza da nessun lato. Lo scenario è lo stesso, la strada sale ed è un patema ovunque. Non è la pendenza il problema, o almeno non solo. I dati che solitamente i commentatori di ciclismo guardano per decretare la difficoltà di una salita lasciano il tempo che trovano quando si parla di Pirenei. Il loro mistero, la loro bellezza sta altrove. Nel caldo, asfissiante d’estate, nell’asfalto, che quando batte il sole si liquefà, diventa colla che si attacca alle scarpe e ai pneumatici. Nella pioggia, che quando scende diventa bufera e inonda l’asfalto, nel vento, che non c’è mai, ma quando arriva impera e abbatte tutto e tutti. Salite che sono inferno, luoghi inospitali, poco vissuti e frequentati. Affascinanti e fascinosi, ma luoghi non per tutti.

TOUR DE FRANCE 1954 FEDERICO BAHAMONTES
Federico Bahamontes

Alpi e Pirenei dividono scalatori e giornalisti in due fazioni. C’è chi come Bahamontes, corridore spagnolo tra gli anni 50 e 60 e vincitore del Tour del 1959, amava i Pirenei, ma vinceva sulle Alpi. Riuscì solo due volte a primeggiare al confine con la Spagna ed entrambe le volte pianse dalla gioia. Accadde nel 1958 dopo Aspin e Peyresourde e nel 1964 dopo Peyresourde, Aspin, Tourmalet e Aubisque e in quell’occasione fu tripudio, sia di gente, che personale. Si accasciò sulla bicicletta, l’abbracciò e a chi gli chiedeva perché piangesse rispose, “perché finalmente ce l’ho fatta, sono riuscito a vincere sulle montagne più belle del mondo”. Bahamontes volava, “l’Aquila di Toledo”, Charly Gaul ascendeva, “l’Angelo della Montagna”.

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Charly Gaul

Stessi anni, rivali, ma opposti. Bahamontes spinto dalla fame, Gaul dall’ambizione, l’uno matto e scostante, l’altro pure, ma per vezzo, non per follia. Il lussemburghese, vincitore nel Tour del 1958, vinceva sulle Alpi, come lo spagnolo, ma detestava i Pirenei, “montagne rozze, stupide e infami”. Parole d’orgoglio ferito, dette da chi non è mai riuscito a domarli. Sui Pirenei faceva la differenza Bottecchia per difendersi poi sulle Alpi, volava “Testa di vetro” Robic, impazziva José Manuel Fuente perché “le Alpi sono per i bravi, i Pirenei per i duri”. I nostri, da Bartali a Pantani, invece sulle Alpi volavano e le amavano, sarà per prossimità territoriale, sarà per clima, sarà per gusto, sarà per lo scenario. Gino i Pirenei li soffriva nonostante fosse grimpeur vero, Coppi non li amava, perché agli scatti preferiva il ritmo, perché alle azioni sui pedali preferiva le cavalcate solitarie, chiappe sulla sella e via a macinar rapporto. Come Gimondi. Per Gastone Nencini, vincitore del Tour del 1960, invece non c’erano differenze, lui gestiva, guardava gli avversari, infine decideva quando attaccare. Il luogo non contava, a lui interessava la sostanza.

tourmalet
Il Col du Tourmalet

Salite, amor di scalatori e di tifosi, amor degli scrittori. Tutti le aspettano, pronti a essere testimoni d’imprese. Ma l’amore è sentimento che impone preferenze. C’è chi si espone, chi cova passioni private, chi non sa scegliere perché ciclismo è emozione universale. Per Alfonso Gatto, professione poeta, i Pirenei “non hanno nulla da dire ai tecnici ma, dalla prima stagione che Desgrange portò la corsa quassù, essi parlano e continuano a parlare al cuore dei poeti”. Per Prévert invece “sono le Alpi il cuore del Tour, lì novelli Davide, cercano di accecare la maestà di Golia. In salita, sui pedali”. Galibier da un lato, Tourmalet dall’altro. Anima e antonomasia. Chi li scoprì entrambi, Henri Desgrange, direttore dell’Auto e del Tour, non aveva dubbi: “Oh Col de Bayard (passo alpino), oh Tourmalet, rispetto al Galibier voi non siete che pallido e volgare vinaccio”. Parola dell’inventore che ripudia la propria prima opera. “Vinaccio un corno, giù le mani dal Tourmalet. Basta guardare in su: il Tourmalet si spoglia progressivamente di vegetazione e si veste di uomini piccoli e colorati, che segnano l’arrampicata verso il cielo, uno zig-zag da stordimento, e in cima un circo di roccia viva in un azzurro che prende alla gola”. Parola di Gianni Mura.

A ognuno la libertà di decidere da che parte stare.

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