Ode a Joaquim Rodriguez, ciclista verticale

E’ stato, lo è ancora, lo sarà sino a fine della stagione, verticalità, prodigio; non scalatore, sherpa, non grimpeur, arrampicatore. In due parole, nome e cognome, Joaquim Rodriguez, in una, Purito. Ha detto addio lì dove vive e dove il Tour de France edizione 103 riposa, Andorra. Non immediato sia chiaro, ma a breve, a ottobre, quando il calendario manderà a svernare i suoi animatori e il circo a pedali muoverà i suoi palcoscenici in luoghi tanto ricchi, tanto esotici, quanto inutili ai fini del racconto.

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“Questo è il mio ultimo anno di corsa. Arriva un momento in cui dobbiamo dire ‘è finita’ e preferisco lasciare quando sono ancora ad alto livello”, ha detto commosso in conferenza stampa. E ancora: “In questo finale di stagione darò il massimo come ho fatto in tutta la mia carriera. Sarei felice di finire la carriera con una top ten al Tour, ma continuo ad inseguire il sogno del podio di Parigi. Poi correrò a Rio e in programma ho il Giro di Spagna”.

C’è ancora tempo quindi per goderci gli ultimi attimi agonistici di un corridore a suo modo fantastico, che ha fatto incazzare e non poco noi azzurri, ma che è sempre stato impossibile voler male.

L’immagine che riassume una carriera sono le lacrime alle parole di addio. Purito è così, lo è sempre stato: umorale e appassionato, uno che in bicicletta non ci andava solo per mestiere ma che era mosso soprattutto da una passione viscerale per le due ruote. Uno che fenomeno non lo è mai stato, ma che ha sopperito ai limiti fisici con una determinazione fuori dalla norma, anzi quasi fuori da ogni logica. Più le pendenze salivano, più si inasprivano e diventavano muro, verticalità, più lui si trovava a suo agio. Affilava la gamba, limava le ruote altrui, poi iniziava il suo turbine: scattava ed era un fulmine, in dieci metri ne rifilava cinque a tutti, gli altri boccheggiavano, lui in apnea continuava a forzare. Le pareti sotto le sue ruote si smussavano, sembravano meno ripide, meno stronze. Il resto era furia. L’eleganza non era far suo, il suo movimento era vorace, prevedeva spalle e anche, cattiveria e polmoni. Su certe erte lo stile è secondario, non conta, forse penalizza.

puritoE Purito se ne fregava.

Se ne fregava di questo come se ne fregava del resto. Anche delle gerarchie. Al primo anno da professionista in ritiro a Teide si fa staccare, recupera i primi e li supera mimando il gesto di fumarsi un sigaro, un “purito”. I compagni ridono, poi gliela fanno pagare a cena. Il sigaro se lo deve fumare per davvero. E lui sta male un giorno intero. Da lì il soprannome, il resto sono chilometri e successi. Non moltissimi certo, ma pesanti.

Quando la strada diventava muro lui c’era. A Montelupone vinse due volte alla Tirreno-Adriatico, il Muro di Huy lo spianò nel 2012 alla Freccia Vallone e poi nel 2015 al Tour de France. Sempre nel 2012, la sua stagione migliore, si bevve anche il Muro di Sormano, perla che tornava a impreziosire l’altimetria del Giro di Lombardia. E’ arrivato sul podio di Giro, Vuelta e Tour. Non ne ha mai vinto uno, ma questo è un dettaglio. Per il resto ha entusiasmato come pochi, ha regalato pennellate che raramente si vedono, arrampicate da brividi, esibizioni circensi e sprofondi clamorosi.

Il ciclismo di Purito è sempre stato questo, un’altalena tra i due inimmaginabili di questo sport, tra il brillante più intenso e lo scuro più nero. Come se non ci fossero mezze misure, come se non esistessero compromessi. E forse davvero compromessi non ce ne erano. Il suo è stato, è e ancora sarà ciclismo verticale, un’ode all’estremo.

Abbiamo ancora pochi mesi per godercelo, sperando, vivamente, che sia ancora splendente. Sempre, meno un giorno: a Rio.

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