Van Avermaet che diventò farfalla. Che bello il ciclismo che ancora sa stupire

C’è sempre una certa soddisfazione nella scoperta. E la soddisfazione cresce quando questa riguarda una metamorfosi. E’ un po’ come osservare un bruco che si fa farfalla, un uovo che si schiude. E’ un tornare bambino, rivedere quelle cose che un tempo non sapevi spiegare, che si cucivano per questo addosso la magia del non consueto, dell’ignoto, le stesse che vedi ancor ora, ma con alle spalle troppi libri e troppe spiegazioni che quasi la bellezza è scomparsa del tutto.

Il ciclismo per fortuna ogni tanto fa scoprire ancora qualcosa. Lo fa solitamente quando non ce lo si aspetta. Verso Le Liorain la concentrazione dal mattino era fissa sui possibili grandi protagonisti di questo Tour, ci si chiedeva qual era la loro condizione, se avrebbero attaccato, chi poteva guadagnare e chi perdere. C’era sicurezza di fuga, certo, ma l’attenzione stava altrove.

E così in questa attesa, in questo scervellarsi per capire chi poteva smazzolare chi, è apparsa forse la cosa più bella da inizio Tour. Scoperta, certo, metamorfosi senz’altro. E’ successo che l’imperfetto è divenuto perfetto, l’incompleto si è tramutato in cerchio: in pratica un fiammingo si è elevato a leone, Van Avermaet è diventato nome e cognome, gregvanavermaet, ossia tantarobba ma tantarobba davvero.

 

 

Van Avermaet era portiere a 17 anni, era gregario a 22, era velocista, più piazzato che vincente, era seconda scelta, passista nel senso di pasgvaso, o meglio di divieto di passare. Chi se lo aspettava scattante in salita? Chi primo dopo un su e giù continuo di medie montagne, alcune panettoni, altre irte come la fatica? Forse in pochi, forse nessuno. Eppure nel torpore di un caldo pomeriggio francese, tra panorami di verde che sembra dipinto e giallo che sembra solare, è venuto fuori lui, quello che per vincere una corsa doveva piazzarsi venti volte, lo sprinter da contorno. Verso Le Lioran è stato invece protagonista principale, mattatore assoluto. Una trasformazione che è seguito della consapevolezza dei trent’anni, 31, il momento nel quale inizi a capire che non tutto va come nella tua testa ti sei prefigurato, il momento nel quale inizi a guardarti con meno cieca autostima e che capisci che c’è un mondo fuori che segue un’ordine e un disegno che è difficile se non impossibile spiegare.

 

 

Van Avermaet ha messo da parte la volontà di essere velocità pura e ha abbracciato l’idea di essere altro, un diesel infinito, durata più che potenza. E così la sua classe si è trasformata in volo solitario. Prima ha fatto fuori metà degli avanguardisti di giornata, poi con un’accelerata ha fatto ciao-ciao a Grivko, infine con un’altra ha salutato pure De Gendt, troppo vorace di gran premi della montagna e di pois per ambire anche al piatto forte di giornata.

Van Avermaet si è tinto di giallo in una giornata non banale. E questa è una sorpresa. Abbiamo osservato tutti un piccolo miracolo a pedali, una trasformazione non preventivata. E questa è una delle cose belle che dà ancora il ciclismo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...