Kittel-Coquard, la vittoria della grazia sulla bruttezza

A Limoges, al termine di un rettilineo di oltre un chilometro, per l’ultima metà in continua ascesa non si è disputata solo una volata. In quell’incedere veloce e affannoso la corsa ha proposto altro, una lotta a due, tra tanti, non solo ciclistica, soprattutto stilistica. L’ha spuntata per un nulla la grazia sulla goffaggine, la bellezza sulla bruttezza.

Il duello tra Marcel Kittel e Bryan Coquard si può riassumere in questo. Il tedesco primo, in sofferenza che sarebbero bastati dieci metri in più e sarebbe stato dietro, ma capace comunque di movimenti lineari e piacevoli; il francese secondo, in recupero, ma inguardabile, che si dimena di spalle, di collo e di anche. Coquard viene dalla pista come Cavendish e molti altri, tutti rigorosamente non italiani, ma più che Bradley Wiggins sembra un Fernando Escartin qualsiasi.

Lo spagnolo è stato per anni – forse – la cosa meno bella vistasi sulle strade del Tour e della Vuelta. Era la nemesi di Indurain, un Calimero in bicicletta. Era forte il vecchio Fernando, uno scalatore coriaceo e bastardo, nel senso onorevole del termine si intenda, un lottatore, uno insomma che piuttosto di staccarsi si sarebbe fatto saltare in aria. Aveva polmoni e cattiveria, simpatia e determinazione, ma vederlo salire, scalare, scattare veniva quasi da commuoversi. Erano gli anni di Pantani, prima, di Armstrong, poi. Campioni a loro modo maestosi. Spettacolare e leggiadro il primo, impeccabile e agile il secondo. Poi c’era Ullrich che era potenza e forza, robustezza teutonica, che una certa eleganza in ogni caso ce l’ha. Escartin tra loro era eccezione carnevalesca, capovolgimento di ogni grammatica stilistica. Sembrava facesse un altro sport. Spalle ondeggianti, gambe larghe, bici che sbandava e quasi sembrava cadesse. In salita era un quadro dove le forme spariscono e tutto si mischia in un’indecifrabile confusione. Qualcosa di simile a quanto si può osservare negli emuli senza talento di Picasso.

Escartin si è rimaterializzato in gruppo oggi. Aveva le sembianze piccole e nervose di Coquard.

E’ stato revival completo. Marcel il bello che si prende il fotofinish, Bryan il brutto che chiude gli occhi, strizza la bocca e alza le spalle. C’era un dio raffinato nel ciclismo oggi a far da giudice. Lo stesso che però chiude gli occhi in salita, che a Contador preferisce Froome.

Nemmeno sei chilometri prima della volata i due si sono per un attimo avvicinati, affiancati. Spalla a spalla, ruota a ruota. Erano in mezzo ai loro compagni, avvolti dalla testa del gruppo. Lo spagnolo fasciato, l’inglese immacolato. Lo spagnolo gentleman, l’inglese volgare campesino. Poi le ruote veloci hanno preso il sopravvento. Il ciclismo dandy a vinto sul rozzo capovolgimento di Anquetil. Ma il Tour è lungo e lo stile con le biciclette conta solo in città.

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