I Giri di Miro Panizza, per tutti gregario, ma che batteva sempre i capitani

Il lago Maggiore è mezzo Piemonte e mezza Lombardia, il confine al centro, specchio d’acqua tra montagne. Novara da un lato, Varese dall’altro. Da un lato le ville, la villeggiatura estiva, dall’altro l’Insubria delle fabbriche, il varesotto operaio, da una parte il novarese calcistico, dall’altra la Lombardia a pedali. Varese è terra di ciclismo: Luigi Ganna, primo vincitore del Giro d’Italia, da Induno Olona, Alfredo Binda, primo a vincerne 5, da Cittiglio, e poi Michele Mara, Claudio Chiappucci, Ivan Basso, Stefano Garzelli. Grandi atleti, vincenti, capitani, nati a nemmeno 40 chilometri  l’uno dall’altro. Poi gli altri, tanti, gente da fatica, chilometri, vento in faccia, gente da poche vittorie e tanto lavoro, gente che parla poco, perché quando si è a tutta le parole non escono, gregari. E poi Miro Panizza, che gregario è stato, quasi sempre, e quasi sempre si è trovato ad andare più forte dei capitani. Piccolo, un metro e sessanta, leggero, 50 chili scarsi, scalatore da tirate, uno che doveva fare ritmo per stancare gli avversari, fare selezione, lanciare il capitano di turno. Michele Dancelli, nel 1967, fu il primo, Silvano Contini, nel 1985, l’ultimo, in mezzo due generazioni di grande ciclismo, da quella dei Merckx e Gimondi, a quella dei Moser, Saronni e Hinault. Diciotto Giri d’Italia, record, cinque Tour de France.

 

wladimiro-panizzaMiro, che poi era Wladimiro, per Lenin, ricordo del padre partigiano e comunista, era battistrada, apripista, in salita scandiva, accelerava, si esauriva, si spostava e lì toccava al capitano. Così ad ogni inizio Giro, perché Miro capitano lo è stato solo due anni, sempre nei dieci, mai una vittoria, perché i corridori come lui non vincono, danno spettacolo sicuramente, ma a braccia alzate sotto un traguardo, per un motivo o per l’altro, non ci arrivano mai. Il problema è che sei logoro prima di vento e chilometri, segnato e segato quando gli altri iniziano a fare sul serio. Questa è la vita del gregario.

 

Miro di questo se ne fregava, perché se sei cresciuto senza un soldo, ti sei svegliato alle quattro del mattino, percorso 40 chilometri in bicicletta per andare al lavoro, hai lavorato per 10 ore e ti sei rifatto altri 40 chilometri per ritornare a casa, capisci che la vita del corridore è comunque un lusso. Miro se ne fregava della fatica, prendeva fiato e saliva con il suo passo ed era passo spedito, veloce, potente, con quel passo recuperava sul gruppo, staccava altri capitani, riprendeva il suo, lo aiutava di nuovo. A volte capitava che lo staccasse pure, allora doveva diminuire l’andatura, aspettarlo, andare avanti insieme. A volte capitava che a far ritmo staccasse tutti, rimanesse solo, e lì stava al direttore sportivo essere magnanimo, decidere se fermarlo o farlo partire, e quasi sempre era un rimani, non muoverti, altre un se riesci provaci, come sul Monte Maddalena nel Giro 1975, come sul Bondone tre anni dopo, come a Pau nel Tour del 1976: vittorie.

 

A volte capitava che era il capitano a non farcela a stare dietro a Miro. Nel 1980, a 35 anni, passa all Gis, capitano Saronni, vincitore del Giro l’anno prima. L’obbiettivo è il bis, ma con Bernard Hinault è dura. Beppe vince sette volte, a cronometro dà paga pure al francese, ma in salita si accorge di non andare. Battere il Tasso è difficile, possibile solo se lo si fa sbagliare, se lo si innervosisce. La tattica allora è una sola: Miro a marcare il francese, a stargli a ruota e tutti gli altri con Beppe. Panizza non se lo fa dire due volte e non si stacca da Hinault. Hinault attacca, i suoi scatti sono rasoiate, ma Miro è sempre lì, dietro, impassibile. A Orvieto se ne va pure in fuga e sopravanza tutti gli uomini di classifica. A Roccaraso, Hinault è una furia, Miro serafico non perde un metro. Al traguardo è maglia rosa, la prima. Non molla Miro, e l’Italia fa il tifo per lui. Supera indenne le Dolomiti, ma sullo Stelvio il francese e il compagno Bernadeau se ne vanno, Miro fatica, prova a resistere, ma senza compagni di squadra è dura arrivare a Sondrio. E lì che perde la maglia e il Giro, è lì che l’Italia si sveglia dal sogno del Miro d’Italia, è lì che capisce che quelli come Miro non possono vincere, perché sarebbe fiaba, mentre il ciclismo è epica.

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