In ogni caso, sempre e comunque, W la FUGA

E’ esplorazione, avanguardia. E’ molto spesso un tentativo destinato a fallire, pura spericolatezza. Qualche volta si trasforma in successo, sorpresa. Perché chi è partito al mattino è difficile che regga per tutta la corsa e arrivi in testa il pomeriggio. E’ la preda che fugge al cacciatore. Perché andare in fuga è missione impari: in pochi contro molti, da soli a faticare contro il vento, mentre dietro ci si nasconde alle spalle dei gregari.

A volte è un’impresa. Fausto Coppi nella Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia del 1949, quei 192 chilometri da solo in testa, “un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi”, così almeno iniziò la sua radiocronaca il giornalista Mario Ferretti.

 

A volte è beffa, bidone. Carlo Clerici nella Napoli-L’Aquila del 1954. Lo svizzero a quel Giro doveva essere gregario di Hugo Koblet. Durante quella sesta tappa però, il gruppo si dimenticò degli avanguardisti, continuò a litigare di premi in denaro e sicurezza in corsa e lasciò loro oltre mezzora di vantaggio. Clerici da svizzero sconosciuto divenne prima maglia rosa, poi vincitore del Giro. David Arroyo rischiò di emularlo 56 anni dopo, sempre a l’Aquila. I migliori gli abbuonarono una dozzina di minuti. Lui ringraziò e non mollò sino all’ultimo metro. Terminò secondo dietro a Ivan Basso.

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