Nibali va amato. Punto. Le accuse allo Squalo e la capacità di cannibalizzare i nostri campioni

Il Tour dell’anno scorso. E poi la Vuelta. Infine il Giro di quest’anno. Tre battute a vuoto, che poi battute a vuoto non lo sono davvero. Perché in Francia alla fine fu quarto, in Spagna cacciato per sadismo, a oggi, al Giro, in corsa per il podio. Fosse un altro sarebbe un mezzo successo, ma per uno come Vincenzo Nibali no, ormai nulla sembra più concesso se non il dominio. E allora ecco la stampa che attacca, che dice che così non va, e ci mancherebbe, che sottolinea che è un ex campione, che non vale più come un tempo, che è finito.

Il problema è che su di Nibali si concentrano le frustrazione di una nazione intera che da anni non riesce a trovare un senso al suo pedalare, che da anni non riesce a trovare in quelli che per decenni e decenni furono vivai di campioni qualcuno che possa rinverdire i fasti passati, non dico Coppi e Bartali, ma almeno Bugno e Chiappucci. E così su Vincenzo si sono impuntati, le sue vittorie trasformate in simboli di quanto l’Italia è bella, le sue sconfitte in una sorta di tradimento nazional-popolare. E’ diventato prima modello, poi pacco da sbolognare in fretta e furia. E allora ecco i processi, le analisi di un periodo difficile che diventano sentenza: non è più quello di una volta, si è rimbambito, adagiato sugli allori.

Cazzate.

Siamo il paese che ha glorificato Pantani per poi mollarlo alla prima sventura. Il paese che per anni ha puntato contro di lui il dito dell’infamia, che lo ha chiamato dopato nonostante non fosse mai stato beccato positivo, che ha parlato del suo allontanamento dal Giro del 1999 prendendo per certa la sua positività all’antidoping. Positività che non c’è mai stata. Ma questo è stato un dettaglio per i più per anni. Poi la scoperta che dietro a quell’allontanamento ci fosse qualcos’altro allora ci ha fatto in parte ricredere: forse non era facile come l’abbiamo fatto credere, forse l’hanno fregato. Ed ecco arrivare le belle parole, le difese postume. Postume perché Marco era già morto, ucciso da tutti i sospetti che gli abbiamo sputato addosso, fregandocene vivamente di provare a capire cos’era il ciclismo allora.

Ed ecco che la storia si ripete. Alle prime difficoltà il dito dell’infamia puntato su un altro corridore che ha provato a ripercorrere strade per noi vincenti. Sedotto dagli applausi di tutti quando vinceva, abbandonato da chi prima lo esaltava, non i veri tifosi sia chiaro, quando sarebbe il caso, almeno, di non infierire. Perché per anni Nibali ha salvato il ciclismo italiano dalla marginalità nel quale si era ficcato da solo.

L’Italia non è riuscita a creare una squadra nella quale potesse esprimersi al meglio, se ne è fregata di creare un gruppo di tecnici e corridori che lo potessero aiutare a vincere, che potessero creare un dopo Nibali, un movimento che riuscisse grazie allo Squalo a superare la nostra inconsistenza. Non era difficile. Bastava guardare oltremanica a cosa sta facendo la federazione inglese, a come in Francia si comportano con i propri presunti campioni, alla Russia che sta investendo per far tornare in auge il ciclismo nel paese.

Noi no. Noi l’abbiamo mandato in Kazakistan, ce ne siamo fregati. E in Kazakistan ha vinto, prima, per poi pagare a caro prezzo quel surplus di ambizioni dell’Astana. Contador dall’Astana se ne è andato, aveva capito che non avrebbe retto l’onnipresenza degli sponsor, l’impossibilità di perdere. Nibali l’avrebbe dovuto fare, non lo ha fatto, ha sbagliato. Si è ritrovato però come unico imputato in Italia in un processo contro di lui. Come se lui e solo lui fosse il problema, come se lui e solo lui fosse la causa di una debacle collettiva.

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Avremmo dovuto amarlo, Nibali, avremmo dovuto trattarlo come una cosa preziosa, come un corridore che così ne nascono poche. L’abbiamo sacrificato sull’altare dell’ambizione, l’abbiamo sacrificato per non ammettere a noi stessi che il problema non è Nibali, ma tutto il resto.

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