Le iene, il doping e il ciclismo valvola di sfogo del nostro puritanesimo

Siamo alle solite, nulla di più nulla di meno di quanto accade ogni anno in questo periodo. C’è il Giro d’Italia, parliamo di doping. Quest’anno c’hanno pensato quelli delle Iene. Il formato è quello classico: cercare bene nell’ambiente, intervistare qualcuno che rispecchia il comune sentir dire, spacciare questo per scoop e per giornalismo d’inchiesta. La chiamano informazione, la sistemano per bene infiocchettandola come giornalismo scomodo, che dice il vero. E’ il populismo televisivo, quello peggiore, quello che mette in mezzo qualcuno per esaltarsi, per far vedere a tutti che non si hanno peli sulla lingua, che si dice il vero, che “ve lo faccio vedere io come si lavora”.

Non si discute quanto detto da Di Luca e Gasparre. Il doping c’è stato, forse c’è, probabilmente ci sarà. Sono tutte parole, discorsi tanto sentiti quanto vuoti. Sono balbettii che francamente hanno iniziato a stancare perché hanno sempre e solo un oggetto da tirare in ballo: il ciclismo. Questo sport negli anni è diventato la valvola di sfogo di qualsiasi prurito intestinale, di qualsiasi nostro desiderio di pulizia. E’ diventato la pattumiera dentro la quale buttare ogni nostro sputo di legalitarismo, di purezza. Riusciamo a tollerare qualsiasi nefandezza di sport più ricchi e mediatici, sorvoliamo su calcioscommesse, motori truccati, giochi di squadra vigliacchi ma non riusciamo a toglierci quel tarlo che divora il nostro buon senso e ci fa condannare in modo totalmente insensato il mondo delle biciclette. Il ragionamento è semplice: il doping è sbagliato, è droga, e i drogati mi fanno schifo, quindi dàgli al drogato, dàgli al ciclista.

E’ che non capiamo una cosa: non capiamo che il ciclismo è più simile a noi di qualsiasi altra cosa, più simile a noi della nostra stessa immagine che vediamo riflessa nello specchio la mattina. E’ che non capiamo che in questo dannatissimo sport c’è la stessa dannazione che intravediamo in noi ogni giorno e che cerchiamo di celarci. Il doping è lo stesso dello scontrino che non chiediamo e che non emettiamo; della macchina che lasciamo in doppia fila o che parcheggiamo in un posto per disabili perché “tanto che sarà mai per due minuti”; delle fandonie che diciamo per convincere il vigile a non farci la multa; delle cose che siamo disposti a non vedere per farci ben volere dai capi; delle pilloline che prendiamo per dimagrire, scolpire, dormire, tirare pelle, occhi, uccello per non fare brutta figura con quella che sarà un’altra bugia a quelle tante che siamo soliti dire ogni giorno.

Bariamo mille volte e ci perdoniamo tutto. Però non riusciamo nemmeno a considerare il fatto che possano farlo gli sportivi. Siamo impuri ma pretendiamo la purezza dagli altri. E qui il doping non c’entra, c’entra piuttosto l’inquisizione che muoviamo in modo generico a un’intera categoria, che muoviamo a persone di cui sappiamo poco o niente.

E così siamo disposti a prendere per oro colato quello che viene detto da un pentito e gettare fango su tutto il resto non ponendoci nemmeno il dubbio se quel pentito sia mosso da nobili ragioni oppure solo da acredine o rancore. E il problema è che di questo non ce ne frega niente.

I corridori così diventano i capri espiatori, sono colpevoli a prescindere. Nonostante i controlli a cui sono sottoposti, nonostante una vita che nemmeno un carcerato, nella quale è necessario segnalare spostamenti, domicili anche parziali, nella quale possono arrivare in qualunque momento due medici a farti un prelievo. Quanti di noi lo farebbero senza gridare alla persecuzione o invocando diritti quali privacy, libertà o cose del genere? I corridori hanno accettato queste costrizioni.

Qualcuno che sbaglia c’è sempre, qualcuno che cerca le scorciatoie anche. E’ normale, siamo umani. Diminuiscono i casi, si umanizzano le medie, ma il problema, e su questo ha ragione Di Luca, non si è completamente estinto. Per risolverlo completamente però il percorso è lungo e senza scelte drastiche non si andrà da nessuna parte. E qui non c’entrano solo i corridori, c’entriamo noi appassionati, noi tifosi, noi che aspettiamo lo spettacolo, vogliamo il colpo pazzesco e a volte ci pesa il culo a uscire di casa, raggiungere le salite, vedere dal vivo quel grande serpentone colorato che smuove la calma silenziosa della montagna. Perché attorno a tutto questo, dietro le televisioni, le maglie griffate da sponsor prestigiosi e volenterosi di figurare in cima agli ordini d’arrivo, c’è un mondo che vive sulle spalle dei ciclisti, che su di loro guadagna in prestigio e visibilità che dice loro di vincere perché è giusto ripagare gli investimenti. Tutto questo è quello che non vediamo nelle dirette, nel teatrino strepitoso che vediamo per le strade d’Italia, di Francia, Spagna o Belgio. Ovunque. E’ lo sport, dicono; è il professionismo, piuttosto. E’ un mondo che sappiamo che va avanti seguendo le stesse leggi non scritte dello show business. E’ quello che ti fa andare a più di mille, che vuole un prodotto figo e commerciabile. Un prodotto che piace. Che piace a noi che ci esaltiamo, che piace a tanti, a sempre più gente. Un sistema che chiede spettacolo e vittorie e spettacolo e vittorie a volte richiamano altro.

Danilo Di Luca ha parlato di questo nel suo libro. E’ una lettura che fa riflettere, ma che manca di qualcosa. Anzi che ha un qualcosa di troppo. Estendere la propria esperienza a quella di tutti, farla divenire unico esempio di un sistema comatoso, allargarla a normalità per chiunque abbia calcato la scena ciclistica è ingiusto e azzardato. Al libro di Di Luca manca un ragionamento fondamentale, quello che risponde a questa domanda: ma cos’è che veramente non va?

 

 

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