Ode a Michael Rogers (che si ritira), straordinaria locomotiva gregaria

Michael Rogers ha deciso che è ora di dire basta, è ora di salutare la sua squadra, la Tinkoff, le gare, il ciclismo pedalato. A fargli decidere il ritiro è stato quel suo cuore grande grande, quel suo cuore che già nel 2001 gli aveva detto di soffrire di un cardiopatia congenita, ma che poi se ne era stato buono per anni. Nelle scorse settimane era tornato a fare le bizze: stanchezza, spossatezza, gambe che non giravano più come erano solite girare. Aritmia. La diagnosi. Saluti e bici attaccata a un chiodo. La conseguenza. A trentasei anni nemmeno male, si potrebbe dire. Il meglio è alle spalle, si è portati a pensare. Per uno come Rogers però trentasei è presto, in ogni caso. Perché per uno come Rogers il tempo non sembrava passare, gli anni non si sommavano, si sottraevano e ad ogni stagione accumulava solo esperienza, solo capacità di capire prima come una corsa si sarebbe mossa, cosa andava fatto e come andava fatto. Perché uno come Rogers è nave scuola, è manuale di ciclismo, è quintessenza di intelligenza a pedali, negromanzia della bicicletta, magia della sapienza a due ruote. Perché uno come Rogers, se non si è di quelli che guardano solo gli ordini d’arrivo, è impossibile non collocarlo all’interno della categoria di quelli che “mammamia che corridore”.

Michael Rogers non è mai stato un fenomeno, uno da successi, classifiche, piazzamenti. Non facevano per lui. Il suo ciclismo era altro: era antico, sapeva di fatica, di abnegazione, di totale messa a disposizione a eccezionalità ciclistiche altrui. Michael Rogers era frangiflutti, un ombrello contro vento e intemperie. Si piazzava davanti e dietro tutti in fila: la velocità subiva un’impennata, i capitani rifiatavano, tutti gli altri penavano. Era avanguardia quando la strada era tavola, quando era erta, quando saliva verticale. Era davanti in picchiata, in ascesa, in sterzata, ventata, beata o dannata.

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2014, Tour de France, tappa 16 Carcassonne – Bagneres de Luchon, Tinkoff – Saxo 2014, Rogers Michael, Bagneres de Luchon

Michael Rogers vinceva da solo, quando correva a cronometro da solo correva contro il tempo. Per tutto il resto del tempo si sacrificava per gli altri, perché era gregario e il gregario questo deve fare. Era troppo poco gregario, o troppo tanto gregario. Si è macchiato di un crimine immenso per un vero gregario. Ha vinto più che qualcosa: 22 corse. Addirittura tre mondiali a cronometro; addirittura due tappe al Giro d’Italia, per giunta nello stesso anno, 2014; addirittura una al Tour, sempre nel 2014; addirittura in salita, sullo Zoncolan e poi a Bagnères-de-Luchon, mica traguardi banali; addirittura si era permesso di arrivare sesto al Giro del 2009 e nono al Tour dello stesso anno.

Troppa grazia.

E allora forse Michael Rogers non era un gregario era uno tosto e basta, uno intelligente, che poteva spaccare di più, ma ha capito che a volte il sentirsi fenomeno non è tutto, che tanto più intelligente e più dignitoso è correre per il bene di altri che per il bene proprio. Forse per questo è stato campione di gregariato, fondamenta immancabile di eccezionali vittorie altrui. Forse per questo prendeva moscerini in faccia con la stessa eleganza con la quale appianava il dislivello dello Zoncolan. Forse per questo Alberto Contador disse l’anno scorso: “Rogers? Il più grande motore che io abbia mai visto in bicicletta”.

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