Ciao Stefano, addio

La sensazione è autunnale. Le foglie ingiallite, un colle, l’ultimo stagionale, appena scalato. La bicicletta appoggiata a uno steccato e la consapevolezza che per un po’ di chilometri sotto le ruote non ce ne saranno. Con una differenza: la strada ritornerà con i primi caldi, con i stessi suoni, gli stessi fruscii, le parole, parole nuove, invece non torneranno mai più. Ci sono quelle vecchie, quelle stampate e dette, quelle che ricordo e che si annebbiano. Possono bastare, forse, ma saranno passato e basta, non più colle, non più discesa, non più pianura nel futuro.

Scrivo di biciclette, perché è forse quel poco che so fare, e forse tu non ne hai mai pedalata una. Mi chiamavi pedalatore, mi dicevi che ero folle a correrci a Roma, che solo uno stronzo può avere l’idea di farlo, avere l’idea che fosse una cosa sensata. Per non parlare del ciclismo, “due palle così”. Il mio piccolo mondo era distante dal tuo, non c’entrava niente. Eppure sei riuscito a insegnarmi più di quanto io sia riuscito a imparare altrove, a scuola, dalla bici. Mi prendevi per il culo perché sogno Roma senza macchine, per il Milan, per Pantani, per la bici. Ci stava tutto. Poi però mi passavi Campanile, Gatto, Oriani. Trovasti un articolo meraviglioso di Raschi su Moser: “Vedi per lui era più facile diventare un grande scrittore di bici, c’aveva le storie”. “Ma cosa ne sai?”. “Niente appunto, è per questo che scrivo”.

La prima pagina che scrissi per il giornale era tua. Ero arrivato da poco, sapevo poco o nulla di quello che accadeva. Mi  hai spronato a scrivere. “Il ciclismo è palloso, mettici gli scrittori, almeno qualcosa di interessante ci sarà”.

Era una vita fa, alla fine qualche corsa l’hai vista pure tu. Quando Nibali ha vinto il Tour mi hai chiamato. “Hai visto, ce l’ha fatta! Ha fatto pure l’impennata”. “Allora la stai guardando!”. “Macché. Il ciclismo è una rottura di coglioni. Preferisco buttare il mio tempo con altro”.

Ma i maestri sono così, soddisfazioni non te ne devono dare. E’ un obbligo morale. Devi crescere e si cresce meglio nella difficoltà. I maestri sono così o almeno alcuni. C’è chi scegli, chi leggi sempre, chi prendi come modello e provi a reinterpretare in qualche modo. C’è chi ti capita. Chi magari è anni luce da te, che pensi sia impossibile possa insegnarti qualcosa, perché il campo che ti sei scelto è distante da quello che ha scelto lui. E poi invece ti ritrovi a seguire un sentiero che non conoscevi affatto, altro da quello che pensavi di percorrere. Ti ritrovi dentro a ragionamenti  e ironie che sono di un universo a te sconosciuto, ti ci metti in mezzo, ti fai investire e capisci che attorno a te c’è altro, un infinito intero che però nel tuo piccolo mondo entra, ci sta a pennello. E’ un superamento, un nuovo inizio.

Stamattina ho riletto Campanile, Battista al Giro d’Italia. Ho sorriso. Avevo voglia di piangere.

Addio Stefano.

 

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