Puccio e Moscon, piccole pietre italiane da piantare a Roubaix

Mathew Hayman. E poi Tom Boonen, Ian Stannard, Sep Vanmarcke, Edvald Boasson Hagen. E ancora Heinrich Haussler, Marcel Sieberg, Aleksejs Saramotins, Imanol Erviti, Adrien Petit. Ecco i primi dieci della Parigi-Roubaix. Una filastrocca di nomi e pronunce e suoni altri, sconfinati, nel senso di esterni ai nostri confini. Come nel 2015, nel 2014, nel 2013. L’ultima volta fu nel 2012: terzo Alessandro Ballan, settimo Matteo Tosatto. Quattro anni fa, mezza generazione. Quattro anni di vuoto, di assenza. Buio. Ma in questa oscurità qualcosa si muove, sono forme che si intravedono nel fondo, tremolii forse, ma data la situazione sembra un uragano.

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Salvatore Puccio

Due nomiecognomi, che sono volti, che sono profili, che sono un bel vedere, che sono speranza di un cambiamento che può arrivare. Che è meglio di niente, per ora, ma che può essere di più, che è tantarobba e grande determinazione, che è gioventù che si svela, che è esperienza che si rivela, che se non fosse per due scivolate magari era altra storia. Che sono comunque eventi che va bene lo stesso. Questi due nomiecognomi sono Salvatore Puccio, ventisei anni da Menfi, agrigentano, zero vittorie tra i professionisti, una maglia rosa vestita per un giorno dopo la cronosquadre di Ischia al Giro d’Italia del 2013, e Gianni Moscon, ventidue anni da Livo, Trento, zero vittorie tra i professionisti e primo anno tra i professionisti. Quattro Roubaix per il primo, debutto per il secondo.

Nomiecognomi abbattutisi sul pavé, per troppa foga, finiti lunghi sulla pietra certo, ma lì davanti a sudare e a dare tutto per i capitani di ventura, gli inglesi Ian Stannard e Luke Rowe. Lì davanti a fare ritmo quando il ritmo era già alto, a sgretolare le forse proprie e altrui anche quando i settori di pavé iniziavano a diventare mitici, a essere quelli giusti, quelli delle imprese del passato. Lì davanti a dannarsi l’anima per i successi altrui. A fare la selezione giusta al momento giusto. Mica poco, mica facile.

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Gianni Moscon

L’ordine d’arrivo dice: 33° Puccio Salvatore a 7’12”, 38° Moscon Gianni a 7’26”. In mezzo cadute, diverse, lavoro, molto, vento in faccia e polvere, a iosa. Salvatore in fuga per un giorno, Gianni dietro in gruppo, ma davanti quando contava esserci. In mezzo una prestazione dura, coriacea, cattiva. In mezzo motore, a grandi giri per entrambi, agonismo e la capacità di danzare sulle pietre.

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Le mani di Salvaotre Puccio dopo la Parigi-Roubaix

Puccio e Moscon hanno raggiunto il traguardo e si sono presi il loro giusto applauso, hanno capito quanto dure e cattive possono essere quelle pietre di granito che tracciano la via dell’inferno del nord. Le hanno accarezzate con cosce e gomiti, con braccio e anche. Si sono portati a casa ferite ed escoriazioni, vesciche e mal di gambe. Il resto è una corsa, questa, che può essere antipasto stuzzicante per quelle di domani. Puccio e Moscon hanno dimostrato di avere equilibrio, sfrontatezza e palle. Ed è già una notizia.

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