Il delitto di Roubaix. Il colpevole è sempre il maggiordomo, Matthew Hayman

L’assassino è sempre il maggiordomo. La Parigi-Roubaix è da sempre un romanzo, storico, campagnolo, botanico. Gira per campagne, per strade che sono pietre, per panorami che sono rurali. Quest’anno come gli altri. Con una differenza: quest’anno il racconto è stato un giallo, con punte di noir. E il finale ha premiato la vecchia scuola, quella ottocentesca: l’assassino è il maggiordomo. Non ci sono dubbi. E si chiama Matthew Hayman.

Il ciclismo è sport classista, gerarchico. Ci sono i campioni, i capitani e poi tutti gli altri. Questi altri sono il paravento, lo scudo, le bestie sacrificali. Sono i faticatori del vento in faccia, tracciano linee, battono sentieri, poi, una volta sistemato il sistemabile, lasciano la via della gloria agli altri, a chi ha i gradi e la classe per fare la storia. I gregari fanno numero negli ordini di classifica, sono i maggiordomi della bicicletta. Fanno vincere, non vincono mai. Faticano, sbuffano, s’affannano, si levano quando la corsa è calda, raggiungono l’arrivo. Non hanno quasi mai l’attenzione e le urla dedicate ai primi. Poi ogni tanto capita che carnevale arrivi e ribalti le gerarchie. E così qualcuno al traguardo arriva prima degli altri, dei campioni e dei capitani. E magari qualcuno arriva pure prima di tutti, ogni tanto. Il delitto però deve essere perfetto, il ricco nobile alle prese con gli eventi, il maggiordomo pronto a cogliere il momento giusto. Come alla Roubaix. Come Matthew Hayman. Come è giusto che sia.

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Sul velodromo di Roubaix il delitto perfetto c’è stato. E’ riuscito. L’hanno visto tutti, tutti a bocca chiusa e a occhi aperti. Tutti increduli a vedere chi di solito si danna il culo per gli altri, far dannare gli altri. E mica gente a caso. Sepp Vanmarcke per dire, terzo domenica scorsa al Fiandre. Tom Boonen soprattutto. Uno che basta il nome, uno che sul pavé ha fatto la storia e si è già iscritto nel registro speciale di chi nei prossimi decenni verrà ricordato in ogni caso.

Matthew Hayman era l’intruso. Era quello che lì non ci doveva stare, il battuto per eccellenza. Matthew Hayman però se ne è beatamente fregato di quello che si deve o non si deve fare, della natura che impone una sua gerarchizzazione di ogni cosa. Ha fatto spallucce e ha fregato tutti.

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Lo ha fatto dopo una fuga quando ancora il pavé non c’era. Prima del Carrefour de l’arbre, prima di Mons-en-Pevele, prima di Arenberg. Prima di tutto e di tutti. Poi ha galleggiato, volteggiato solo, navigato a vista, rincorso, ripreso, staccato, vinto. Per una volta non vinto ma vincitore. Ha sgranato gli occhi che quasi non ci credeva.

Viva Hayman, viva la fuga

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