L’irrottamabile Milano-Sanremo

E’ un lungo sospiro lungo 219 chilometri. E’ uno scorrere veloce tra pianurepadane, appenniniliguri, rivierediponente, uno scorrere caotico che non si sa mai come sbrogliare. Perché molto spesso non basta nemmeno la litania Turchino-Mele-Cervo-Berta-Cipressa-e-Poggio, per arrivare a un finale, a una passerella. E’ rivelazione. Appare all’ultimo. Mette in fila i protagonisti, ma è un mettere in fila che può ricompattarsi, aprirsi, sbocciare come un fiore e rivelare una nuova confusione. La Milano-Sanremo è sorpresa che appare direttamente vicino al mare, che si riserva la possibilità di stravolgere qualsiasi discorso. Suspance. Gran finale.

 

La Sanremo è corsa strana, unica nel suo genere. E’ classica, anzi Classicissima, come fosse una regina, ma spietata, che non concede palcoscenici. Vincere la Sanremo vuol dire lotta serrata, ruota a ruota, fianco a fianco, vuol dire resistenza, spunto, colpo d’occhio. Perché è fatta per i colpi di mano, lascia spazio a qualsiasi ipotesi. La si può cogliere allo sprint, con uno scatto in salita, con un allungo in discesa, alla disperata resistendo al ritorno del gruppo.

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La Sanremo non ha totem, non dà riferimenti. E’ pianura e mare che si inseguono. E’ una corsa che non prevede verticalità, ma baratri. Si sale seguendo pendii dolci, si scende lungo burroni. Curve e rettilinei, tornanti e muretti a secco. A Sanremo si arriva in picchiata, sempre. Il resto lo fanno fughe e controfughe, assoli e inseguimenti. E’ un lasciarsi e riacchiapparsi che lascia aperta ogni possibilità. Non ci sono trampolini dove partire, ma scivoli dove planare. E’ la cattiveria che fa la differenza, il menefreghismo della ricerca dell’inconsueto.

La volata è pericolo sempre attuale, possibilità che non può essere esclusa. Ci vuole ardore e incoscienza per evitarla. Ci vuole il colpo ad effetto come Andrei Tchmil nel 1999. L’allungo matto che anticipa tutti, l’azzardo che paga perché feroce, aggressivo, incazzato.

Ci vuole ardore e incoscienza per evitarla. Ci vuole la sparata elegante e intelligente come Fabian Cancellara nel 2008. Forcing in salita, difesa in discesa, sorpresa finale: un chilometro a tutta, un chilometro come un proiettile. Poi mani alzate al cielo di Sanremo.

Ci vuole ardore e incoscienza per evitarla. Solitaria o collettiva. C’è chi si invola da lontano, come una dannazione a picco sul mare, come volpe che scappa inseguita da un branco di cani affamati. Sono miracoli primaverili, apparizioni inconsuete. Sono ricordi ancora in bianco e nero. Sono Fausto Coppi e Gino Bartali, sono Felice Gimondi e Claudio Chiappucci, sono Giorgio Furlan e Gabriele Colombo. Oppure fughe improvvisate all’ultimo, giù dal Poggio, fughe che si materializzano all’improvviso, quasi per volere di un ciclismo che ogni tanto si diverte a sovvertire i pronostici, a relegare i velocisti a sfondo colorato alle spalle dei capitani di ventura. Come Laurent Jalabert che beffa allo sprint Maurizio Fondriest nel 1995, come Paolo Bettini che si mangia Mirko Celestino nel 2003 e ringrazia un’infinito Luca Paolini che ha permesso il “riposo” del capitano nell’avvicinarsi all’arrivo e lo ha lanciato verso la conquista della Classicissima.

La Sanremo è tutto questo. E’ soprattutto una corsa irrottamabile, che subisce variazioni, il Poggio nel 1960 e la Cipressa nel 1982, ma che non cambia la sua essenza, il suo essere inafferrabile e inspiegabile.

Era nata come la corsa del 19 marzo, come festa a pedali della festa del papà. Poi la festività fu abolita e la corsa cambiò data: il sabato più vicino al 19 marzo. Dal 2013 non venne spostata alla domenica e il cielo ne ebbe a male. Pioggia, freddo, neve, come a sottolineare l’idiozia della scelta. Ora ritorna al sabato, ritorna al 19 marzo per casualità, ritorna festa.

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