Il Giro del 1999 è di Gotti. Chiedere di riassegnarlo a Pantani è un modo per lavarci la coscienza

C’è un po’ di confusione in giro, una confusione che sa molto di atteggiamento perbene, di lavata di coscienza collettiva. E’ una confusione non salutare, che non aiuta a elaborare quanto successo, perché qualcosa è successo, che riduce il dibattito in un’inutile santificazione, quando ci sarebbe la necessità di razionalizzare, riflettere, capire. Quanto è emerso dalle ultime indagini della procura di Forlì sull’esclusione di Marco Pantani dal Giro d’Italia del 1999 è un pugno nello stomaco, qualcosa che giustamente schifa.

C’è stato un piano per far fuori Pantani? Probabilmente. Ma è qualcosa che non sorprende. Pantani stava sulle palle a molti, non è una novità. Pantani parlava, diceva la sua, ci metteva la faccia su ogni questione che riguardava il gruppo. Piaceva, tanto, probabilmente troppo, perché era riuscito a unire gli appassionati di ciclismo in un (quasi) partito unico, quello dei pantaniani. Pantani era il ciclismo azzurro per le corse a tappe, non aveva un avversario nostrano da crearci un’epopea a pedali, una riedizione di coppiebartali, mosersaronni, bugnochiappucci. C’era Pantani e basta. Indurain aveva smesso, Ullrich era troppo tedesco, troppo tourcentrico, troppo puntosunacosaebasta. Armstrong si era appena ririaffacciato al ciclismo. Sarebbe stata grande sfida, un romanzo di ruote e strade affascinante. Ma non c’è stato tempo.

C’è stato un piano per far fuori Pantani? Probabilmente. Ci sono intercettazioni e giri di soldi. C’è la camorra, dicono. Ci sono soprattutto un giro di scommesse losco, che puzza di marcio. Ci sono soprattutto irregolarità, cose che non tornano, assurdità nel metodo con il quale è stato preso il sangue al Pirata. Erano state tutte scritte nel 2007 da Philippe Brunel. Sono state ritirate fuori in questi giorni.

In molti hanno chiuso gli occhi per anni, conveniva fare così, conveniva far credere che quel cadavere rinvenuto a Rimini il giorno di San Valentino del 2004 fosse quello di un drogato, di un drogato che aveva già iniziato mentre correva, con quel doping che basta il nome e mammamia.

Ma quegli occhi chiusi di ieri non sono poi molto diversi da quelli spalancati dietro al dito accusatorio di oggi.

La camorra perdio, che schifo. La camorra, tutta colpa della camorra.

No.

A far fuori Pantani non è stata solo la camorra, è stato anche il ciclismo, ma questa è un’altra storia, che con quanto successo in questi ultimi giorni ha a che fare solo in modo marginale. La camorra ha solo fatto detonare un sentimento sordo in gran parte dell’opinione pubblica, un sentimento che sino ad oggi era rimasto nascosto sotto tonnellate di dubbi e mai chiariti sensi di colpa. Non è che forse ci eravamo sbagliati? Sembra essere questa la domanda che rimbalzava nelle teste di tanti. Pantani era stato messo su un altare quando vinceva, era stato idolatrato. E’ stato gettato nel fango del sospetto dopo, quando le analisi avevano riportato 51,9 di ematocrito. Per tutti quel 51,9 era doping. Non lo era, non è stato allontanato dal Giro per essere risultato positivo, ma in quanto non conforme agli standard minimi per correre in sicurezza. E questo non è un dettaglio, è il centro nevralgico di quanto è successo poi.

Pantani non era un santo. Era un corridore degli anni Novanta con tutto quello che questo porta implicitamente con se. Negli anni Novanta il doping era comune a tutto il gruppo, non era permesso, ma difficilmente si riusciva a trovare, quindi era concesso. “Bastava non esagerare”, ha detto un medico che proprio negli anni Novanta smetteva di praticare per godersi la pensione.

E neppure questo non è un dettaglio.

E’ il senso di molte cose, è il punto focale attorno al quale bisognerebbe iniziare a riflettere.

Chiedere a gran voce di riassegnare il Giro del 1999 a Marco è una buona mossa per lavarci la coscienza per quello che non abbiamo fatto allora, per quelle dita puntate sul reietto, sull’allontanato dal Giro. I tifosi, quelli che nonostante tutto hanno continuato a sostenere il Pirata anche negli ultimi anni, lo dovrebbero capire per primi, dovrebbero chiedere a tutti di smetterla di continuare questo teatrino.

1999-Gotti-sul-Mortirolo

Il Giro del 1999 è di Ivan Gotti. Lui l’ha vinto, è suo di diritto e nessuno deve toccarlo. Quel Giro è stato sottratto a Marco a Madonna di Campiglio da qualcuno che non è Gotti. Da uno schifo che con il ciclismo forse non ha niente a che fare. Ma quel Giro è di Ivan Gotti. Il Pirata non c’era nella Madonna di Campiglio-Aprica. Non c’era sul Gavia, nè sul Mortitolo. Era già a casa, a sentire le filippiche giustizialiste su quanto è stronzo doparsi.

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