Pantani è il ciclismo. Genesi di un innamoramento

Tutto iniziò nel 1909, almeno per il Giro d’Italia, per me qualche anno dopo, quasi un secolo dopo. Il 4 giugno 1994, a casa, sul divano. Muovevo le dita sul telecomando.

La bici per me già c’era, una costante, mezzo di svago e spostamento soprattutto per campi e colline, per andare in oratorio a giocare, o al campo a inseguire un pallone. Da quel giorno divenne anche qualcos’altro: ciclismo.

Era la settantasettesima edizione. La vinse Berzin, russo, che aveva appena ottenuto il successo alla Liegi-Bastogne-Liegi. Indurain terzo, unica macchia nel palmares del campione spagnolo: dopo aver vinto tutto, una battuta a vuoto. Si riscatterà al Tour. Fu soprattutto il Giro di Marco Pantani. Secondo in classifica generale, primo uomo a mettere in grande difficoltà il Navarro.

 

Sino ad allora il ciclismo l’avevo visto qualche volta con mio nonno. Poi lui se ne andò e rimase solo il calcio. Ma quel giorno qualcosa cambiò. Era la 14a tappa, la Lienz-Merano, 235 km. Passo Stalle, Furcia, Passo delle Erbe, Eores, un po’ di falsopiano e infine il Passo del Giovo. Sulle pendici dell’ultima salita, un ragazzotto con pochi capelli e la dinamite nei polpacci vede la strada inerpicarsi, non sta più nella pelle, si guarda attorno e lascia sulle gambe i suoi avversari, va a riprendere Richard e Buenahora, li supera e si butta in discesa. Dal traguardo lo separano 43 chilometri, li fa a tutta, pancia sul sellino, la posizione dei matti discesisti del pedale, poi mulinando il rapportone con rabbia. Rosicchia quaranta secondi ai migliori.

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Quel ragazzotto era Marco Pantani, quel suo scatto due minuti dopo aver sintonizzato la televisione sul Quattro che dal 1993 al 1997 trasmise il Giro al posto della Rai, il primo chiaro e indelebile ricordo ciclistico.

Il giorno dopo mi riposizionai sul divano, accesi la televisione e cercai il ragazzetto del giorno prima.

 

Da Merano si saliva all’Aprica. In mezzo lo Stelvio, il Mortirolo, il Passo dell’Aprica e infine il Valico di Santa Cristina, ultimo scoglio prima della discesa che portava al traguardo. Il Passo dello Stelvio si esaurisce tra tornanti e il falsopiano che porta a Mazzo di Valtellina. Da lì una lingua di fatica di 11,8 chilometri che da valle porta ai 1.852 metri del Passo del Mortirolo, un inferno. Marco scatta prima di metà ascesa, va a riprendere uno a uno i fuggitivi della prima ora, tra i quali Chiappucci, il suo capitano alla Carrera, scattato sullo Stelvio. Indurain capisce subito che non è il caso di seguirlo, Berzin invece ci prova, ma quattro chilometri dopo quasi si pianta. Lo spagnolo invece recupera tutti, alla sua ruota rimane solo il colombiano Nelson ‘Cacaito’ Rodriguez. I due si buttano in discesa, Pantani li aspetta, inutile stare a prendere vento per oltre 20 chilometri da solo quando si ha dietro il miglior passista al mondo. I tre avanzano assieme, cambi regolari. Tutto si deciderà nell’ultima salita. Ed è lì che Pantani scatta di nuovo. Una fucilata che ammazza le resistenze del Navarro e dello scalatore sud-americano. Il campione spagnolo si pianta, viene superato da Chiappucci e Belli, viene lasciato anche da Rodriguez. Conclude quinto a quattro minuti e mezzo dall’elefantino, che dal 1997 diventerà il Pirata. Chiuderà secondo. Lo vincerà 4 anni dopo, anno Domini 1998. Doppietta Giro-Tour. Ma questa è un’altra storia.

 

testo preso dall’introduzione di Girodiruota

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