La Tirreno-Adriatico, ossia il Bignami di tutto quello che può offrire il ciclismo

Due mari. Alba a guardare la Sardegna all’orizzonte, tramonto al di là dell’Italia, a osservare i balcani. Due mari. Perché il ciclismo di questa stagione è balneare, un andare tra spiagge deserte e ombrelloni che ancora sono solo un’ipotesi d’estate. Il Laigueglia, Camaiore, inteso come Gp, Donoratico, inteso come Costa degli Etruschi. Poi Sanremo, ma piatto forte da assaporare quando arriva la primavera. Intanto, ora, due mari, per non farsi mancare niente, solo andata: Tirreno-Adriatico.

Due mari, partenza-arrivo, in mezzo l’Appennino da valicare, da sudare, da imprecare. Due mari come introduzione a quello più celebre e ricercato, quello che sta su, in cima all’Italia, che è Riviera di Ponente, che è Sanremo. Due mari che però ormai non sono più solo introduzione, sono diventati racconto a se, storia buona da raccontare. E forse introduzione non sono mai stati, perché a piacere è sempre piaciuta la Tirreno-Adriatico, e con quell’albo d’oro lì, con quelle vittorie e quelle sconfitte lì, con quelli interpreti lì, tacciarla di preambolo è quasi sminuirne la sua bellezza, il suo passato.

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Il percorso della Tirreno Adriatico 2016

Cinquantunesima edizione di una corsa nata per favorire i passisti veloci in preparazione alla Classicissima e trasformatasi negli anni in una corsa completa, in un grande giro condensato in una settimana, una sorta di Bignami del ciclismo: cronosquadre, volate, strappi e montagne che terminano in una cronometro per decidere quello che ancora non è deciso. Velocisti e scalatori, passisti e gente da fughe; e poi scenari appenninici che già hanno fatto la storia del Giro e novità paesaggistiche che prima o poi al Giro arriveranno.

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E così dagli Zandegù, dai Bitossi, dai De Vlaeminck, recordeman di successi (sei), ossia corridori che il loro meglio lo hanno dato nelle corse di un giorno, la Tirreno-Adriatico ha attratto e incoronato uomini da corse a tappe, sia passisti che nelle corse di un giorno hanno sempre ben figurato, come Moser e Saronni, sia grandi scalatori come Nibali, Contador e Quintana, ultimo vincitore in ordine di tempo.

Il percorso di quest’anno dovrebbe continuare questa tradizione recente. Dovrebbe soprattutto creare spettacolo, perché lascia spazio a tutto, a qualsiasi tipologia di corridore, a qualsiasi finale, a qualsiasi folle idea di ribaltare lo stato delle cose. C’è la montagna, certo, l’Appennino più cattivo, Monte San Vicino sopra Matelica, 10 chilometri al 7,8 per cento di pendenza media e punte a oltre il 12; ma ci sono soprattutto tappe che sembrano un elettrocardiogramma in movimento, che alternano strappi a discese, dove la pianura è solo un’ipotesi di trasferimento. Trappole ovunque, finali che almeno sulla carta difficilmente saranno banali e possibilità ampie di dare libero sfogo all’immaginazione.

Ora tocca ai corridori rendere onore ai due mari. E a darsele di santa ragione.

 

 

La lista dei partenti

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