Strade Bianche da dieci (edizioni): viva lo sterrato

Neoclassica. Perché ancor giovane e di imprese ne devono ancora passare su queste strade per fregiarsi di un titolo che nel ciclismo vale un intero immaginario sportivo. Neoclassica. Perché in fin dei conti, dieci anni sono pochi certo, ma dieci anni sono abbastanza per iniziarlo a dipingere questo immaginario, perché le storie già ci sono, il palcoscenico è ben definito, lo scenario magnifico, il contesto unico e irripetibile. Neoclassica. Perché in dieci anni di vita ha entusiasmato molto di più di tante corse che si trascinano da vent’anni in scenari esotici, buoni più per racconti di Salgari che per le ruote delle biciclette.

Neoclassica, certo, e viene quasi da ridere ripensare a quando a fine 2006 presentarono quella che allora si chiamava Monte Paschi Eroica e i francesi storsero il naso e se la risero di gusto: “Penseranno mica di farsi una sottospecie di Roubaix in Toscana?”. Chiudeva così un editoriale dell’Equipe di allora.

Ma si sa i francesi come sono, si autolodano, si autocelebrano, molte volte si autoimbrodano. Sanno però confezionare come nessuno al mondo, almeno nel ciclismo, un prodotto perfetto, o almeno lo fanno apparire tale. Sono riusciti a far credere che la Parigi-Tours fosse una corsa eccezionale, figurarsi cosa hanno fatto con una classica davvero d’eccezione come la Parigi-Roubaix. Ma il loro nazionalismo infiocchettato molte volte sbaglia, non va oltre al trucco e al parrucco che sta loro attorno. Specialmente quando i loro giudizi riguardano noi italiani.

Strade Bianche 2012
Strade Bianche 2012

E così dalla vittoria di Alexandr Kolobnev nel 2007 la fu Monte Paschi Eroica si è trasformata in una neoclassica per davvero, è diventata una pagina ricercata all’interno del palcoscenico del ciclismo mondiale, una corsa che magari non ti cambia la stagione come una Sanremo, un Lombardia, una Liegi, un Fiandre o una Roubaix, ma sai che bello arrivare a mani alzate in piazza del Campo a Siena!

E’ in questo che si sbagliavano i francesi, nel loro sciovinismo ciclistico spiccio: non ci siamo fatti “una sottospecie di Roubaix”, impossibile è unica una meraviglia inavvicinabile, ma ci siamo fatti la Strade bianche, anzi lastradebianche, che non è la Roubaix, ma è tanta roba uguale.

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Perché il pavé del nord della Francia non ce l’abbiamo, se non in qualche sperduta campagna del veronese e del vicentino, ma di ghiaia, campagna, collina ne abbiamo altrettanta e migliore di quella francese. E così amen per il pavé, c’è lo sterrato che piace molto, che fa molta polvere se c’è bello, molto fango se c’è brutto. Che sale su che è uno spettacolo, che scende giù che è uno spavento, che ti viene su tutto un non so che se ti buca lo pneumatico, che è una libidine se saluti tutti e te ne vai verso piazza del Campo da solo.

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Che soprattutto per come sale e per come scende, per quanto tira e per quanto stanca, per quanto inaffidabile e per quanto rognoso, si fa domare da passistoni da fatica e pietre come Fabian Cancellara e Zdenek Stybar, caprioli da muri e côtes come Philippe Gilbert, Michal Kwiatkowski e Maxim Iglinskij. E poi promesse mai esplose del tutto come Moreno Moser e Thomas Lovkvist e cagnacci rognosi come Aleksandr Kolobnev: questo almeno per i vincitori. Perché se poi si va a vedere tutti i podi, si capisce bene che lastradebianche in dieci anni ne ha fatta di strada sino a diventare qualcosa ormai di immancabile all’interno del calendario internazionale.

Ora però impariamo dai francesi. Basta cambi di nome, si tenga Strade bianche, si fissi questo nella memoria, non si facciano entrare sponsor nella dicitura, non la si ritocchi più. “Ogni corsa ha un nome del cuore che non può essere adulterato”, diceva Jacques Godet, fondatore dell’Equipe e patron del Tour dal 1936 al 1986.

 

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