Benvenuto pavé. L’Omloop è l’inizio dell’inferno

Che poi dire pedalare sembra quasi facile. Un giro dopo l’altro, prima spingi con la destra poi con la sinistra, oppure il contrario prima con la sinistra e poi con la destra. E’ uguale. Cambia poco, cambia nulla. Il movimento è lo stesso, muove la moltiplica, che tira la catena, che tira il pignone, che tira la ruota, che tira la strada, che va va e va.

Che poi dire pedalare sembra quasi banale. Che tanto è strada ed è strada piana. Ci sono montagne? No, appunto. Vuoi mettere le Alpi, i Pirenei. Ecco quelle sono salite.

Che poi dire pedalare sembra quasi scontato. Che la stagione è appena iniziata e si ha le gambe riposate e le forze a tutta, che ancora caldo non fa e l’asfalto non è quel forno infame che ti cucina d’estate. Fa freddo, forse, ma a pedalare ci si scalda. Mai visto uno morire di freddo in bici. Di caldo sì.

Che poi dire pedalare sembra quasi immediato. Che tanto basta stare in piedi, faticare certo, ma ancora va bene, il peggio arriverà, e non c’è nessun inferno alle porte.

Che poi pedalare oggi lo si farà, ma in altro modo, mica come accaduto sino adesso. Perché oggi non c’è una corsa, c’è altro. Perché oggi non si gareggia, si iniza un viaggio. Perché oggi non si pedala, si inizia a ballare, a volteggiare lì dove non si vorrebbe mai cadere, su pietre e fango, su strade che sono un budello di curve, un intestino di salite e discese, di strappi che a leggerli su una cartina sembrano una cazzata, due, tre, seicento metri e cosa vuoi che sia; ma poi te li ritrovi sotto le ruote e capisci che non ci sono abbastanza maledizioni da far uscire dalla bocca e troppi pochi santi da nominare.

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Che poi pedalare da oggi è altra cosa, è sport mica da tutti. Da oggi, dall’Omloop Het Nieuwsblad, inizia l’annuale sagra dei matti, di lungagnoni dalla faccia dura e fangosa, dal corpo arrabbiato e potente, pianisti del manubrio che corrono in punta di dita, senza stringere la piega, ma lasciandola fluttuare dove lei vuole, perché sulle pietre è la bici che comanda e tu devi solo farla muovere, trattarla con delicatezza. Altrimenti sei a terra, altrimenti sei staccato, altrimenti sei finito.

Sono i fachiri del pavé, sono esseri rari, solitari, stagionali. E oggi inizierà la loro battaglia. Un mese, poi saluti, abbracci e appuntamento all’anno prossimo.

 

 

Il Percorso 2016

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