Il boicottaggio silenzioso nei confronti di Davide Rebellin

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Se a 43 anni sei ancora in gruppo a pedalare è già una notizia. Se poi ti riesci pure a piazzare quasi sempre tra i primi, com’è successo alla Coppi e Bartali, allora sei d’applausi, cappelli calati, battiti di mani. Ma se hai 43 anni e ti chiami Davide Rebellin allora i complimenti sono minori, gli applusi sommessi, gli attestati di stima quasi assenti. Il motivo: una squalifica per doping, anno 2009 e due anni di allontanamento, a 38 anni; una sentenza, non giuridica: finito, impossibile un suo ritorno alle corse.

E invece, nel 2011, a 40 anni, l’annuncio: Rebellin firma con il team continental Miche-Guerciotti. In tanti dicono: solo pubblicità, non farà nulla. Lui invece non solo corre, non solo finisce le gare a cui partecipa, ma attacca, si piazza, vince. E anche in corse di un certo rilievo: primo alla Tre Valli Varesine, primo al Trofeo Melinda. Rebellin continua a correre, lo fa in Croazia, poi in Polonia. E continua a vincere. Gare minori d’accordo, ma con avversari reali e molte volte con quasi 15 anni di meno.

Ora il ritorno nella serie B del ciclismo con la CCC Polkowice, la carta per il Giro d’Italia e per corse di rilievo internazionale, ma nessuna chiamata in gare dal nome altisonante. E la condizione qui non centra nulla. Il perché non è chiaro. Rebellin va forte, alla Coppi e Bartali si è difeso bene e alla fine ha chiuso al quinto posto della generale, ma per gli organizzatori delle corse è un punto interrogativo al termine di una domanda retorica che presuppone risposta negativa. Schierarlo? Insomma, dai, pensateci bene, forse meglio di no. Niente di ufficiale, per carità, nessuna esplicita richiesta. E’ il tono il problema. Perché Rebellin è ancora un tabù. Può un 43enne essere ancora competitivo? I fatti lo dimostrano, ma il sospetto è grande, doping dicono senza dirlo.

E così Rebellin corre, lotta, ma è fuori dal giro giusto nonostante abbia tutte le carte in regola per rientrarci. E le carte buone sono anche quelle del tanto pubblicizzato passaporto biologico, quello che doveva essere panacea di ogni male “dopato” del ciclismo. I sospetti, pensano. Quel passato vincente e squalificato che nessuno vuole dimenticare. Come se fosse esclusivo di Rebellin. In gruppo i corridori col pedigree sporco ce ne sono, e tanti, e tutti corrono dove vogliono, o almeno dove vuole la squadra. Ma l’atleta di San Bonifacio, provincia di Verona, no. Indesiderato, anche se mai nessuno lo dirà ufficialmente. Come se tutti gli altri non avessero di questi problemi e fossero lindi e puliti come la coscienza di un neonato, come se gli stessi organizzatori, chiedete al Tour o all’Uci, a volte non fossero stati tolleranti verso qualche atleta.

E così Rebellin si trova nel circo senza poter partecipare attivamente ai numeri di maggior interesse senza una motivazione plausibile, senza capire né sapere il perché. O meglio sapendolo benissimo. Quella squalifica, quella macchia su una carriera, una lettera scarlatta sulla sua pelle, non A però questa volta, ma D, dopato. Fuori e basta, ma senza nemmeno la decenza di una ammissione di boicottaggio. Rebellin avrà fregato, questo è certo, ma non è stato il solo e non sarà l’ultimo. E quanto gli sta accadendo è quanto meno deludente, per chi il ciclismo lo ama comunque, conoscendo quello che sta attorno e dietro.

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