Paolini, la Gand Wevelgem e il ciclismo dimenticato della Gazzetta

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Una vittoria di un italiano alla Gand Wevelgem non accadeva da circa una vita, dal 2002, da quando Mario Cipollini regolò alo sprint Fred Rodriguez, George Hincapie e Hendrik Van Dyck con tutti gli altri (Hrvastjia escluso) a oltre un minuto e mezzo. E così, 13 anni dopo, quando ieri Luca Paolini ha tagliato primo, braccia alzate, il traguardo della classica belga, ci si è detto, ammazza, finalmente, era ora, o qualcosa del genere.

Paolini che vince è sempre un bel vedere, perché Paolini è un gran corridore, uno con un senso tattico immenso, capace di grandi cose, indispensabile per le vittorie dei suoi capitani, chiedete ad esempio a Paolo Bettini, ma che non è un abitudinario della prima posizione. Farlo alla Gand, una signora corsa, è ancora meglio. Farlo come ha fatto ieri, con un’azione da purosangue, mettendo in fila tutti in un clima invernale, nel quale le pietre sembravano saponette e il vento spirava forte e rancoroso, è stato un piccolo capolavoro, qualcosa che ti rimette a posto, che ti alza a livelli altissimi l’amore per questo sport.

Qualcosa insomma che ti fa dire, “cavolo che numero”, e che ti dice chiaramente che una giornata come quella di ieri con il ritorno alla vittoria di una Ferrari e di Valentino Rossi, è una domenica da incorniciare, almeno se tratti di sport a tutto tondo, o sei un grande giornale sportivo, magari con carta rosa.

E invece, proprio quel giornale che si vanta di trattare il ciclismo come nessun altro, loda e si imbroda di cavallini rampanti e valerossicè, di auto e moto e in prima pagina ci piazza i faccioni di Vettel e Rossi, ci titola con un “Grazie, grazie, grazie” e al buon Paolini riserva un rigo, un richiamo tra altri tre. Meglio inserirci i dubbi di Conte su Verratti, cosa che sinceramente frega a pochi, se non a nessuno.

Da quando non c’è più Cannavò è qualcosa di ormai consolidato. Il ciclismo messo tra le pagine di contorno, quelle che non fregano una mazza a nessuno e i grandi cantori di questo sport dimenticati. Un peccato. Un peccato soprattutto per un giornale un tempo serio, capace di capire e narrare la bellezza di questo sport, ora diventato un riempitivo, qualcosa da pagine di riserva, interne e malviste. Un peccato e una forma di poco rispetto per un grande professionista come il Gerva.

 

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