La Sanremo stregata. La maledizione del Diavolo rosso e quei big che non vincono

Milano-Sanremo 2014

E’ il prologo di tutta la stagione, il gran gala d’apertura,  la diva che dà il via. E diva è, perché ogni gara è donna, “va rispettata, amata, coccolata, infine fatta propria”, diceva di tutte le corse e della Milano-Sanremo – che si corre oggi – in particolare, Tullo Morgagni, giornalista della Gazzetta dello Sport di inizio secolo scorso. L’aveva creata lui, doveva essere la corsa del Sole, nata per congiungere Milano al mare, per uscire dalla nebbiolina primaverile meneghina e raggiungere la luce e i colori della Riviera. Piovve e fece brutto per anni, iniziò a spargersi la voce di gesta eroiche tra neve e vento, di essere corsa per veri duri, divenne la Classicissima, prima, poi il Mondiale di primavera, infine solo il nome, la Sanremo, perché altro non serviva: successo mondiale in mondovisione, molti campioni in strada, moltissimi tifosi sulle strade e in tv.

Oltre cento anni di storia, 108 per la precisione, e 106 edizioni, molti soprannomi, un unico percorso, sempre lo stesso – o quasi – caso raro per un ciclismo che molte volte ha dimenticato i percorsi delle origini. Il tragitto è il solito, dalla periferia di Milano alla Riviera, passando per l’Appennino ligure attraverso il Passo del Turchino, la picchiata verso il Tirreno, i tre capi, Mele, Cervo e Berta da scalare, poi dritti verso l’arrivo. Almeno un tempo, almeno sino al 1960 quando Vincenzo Torriani, il grande patron del Giro e delle principali corse italiane per quasi cinquant’anni, introdusse il Poggio, ancor oggi l’ultima asperità prima dell’arrivo, e poi la Cipressa nel 1982, prima dell’erta alle porte di Sanremo.

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Un percorso semplice, altimetricamente poco rilevante, senza strappi violenti dove fare la selezione, ma proprio per questo difficilissimo. Per primeggiare in Riviera le sole gambe non bastano, ci vuole tattica, furbizia e faccia tosta. Così da sempre, perché la Sanremo “è un azzardo, e devi essere bravo a cogliere il momento giusto per mostrare le tue carte, più che in ogni altra corsa”, commentò Gino Bartali nel 1939, anno del suo secondo successo nella Classicissima.

Per emergere, serve la fantasia, il colpo d’effetto. In oltre un secolo di vita la Sanremo ha visto arrivi solitari, volatone di gruppo, battaglie tra pochi avventurieri, fughe da salita e da discesa. E’ questa la magia di questa classica, il suo tratto caratteristico, la sua unicità e la sua dannazione. Tutto può succedere, perché ovunque potrebbe esserci l’imboscata. Basta scorrere l’albo d’oro, ripercorrerne la storia: lanciata senza troppa convinzione divenne la Classicissima, il Mondiale di primavera, era corsa da tutti i migliori atleti al mondo, ma molto spesso arrivava un’outsider, un speranza che alla Sanremo sbocciava e che si prendeva la scena negli anni a venire, offuscando tutti gli altri. Così avvenne per Girardengo nel 1918, Merckx nel 1966, Bugno nel 1990, Zabel nel 1997 e Freire nel 2004. Tutti atleti che iniziarono a trasformarsi in campioni sulle rive del Tirreno. Divenne eccezionale, per chi la vinceva, maledetta per tutti gli altri, molte volte per i più forti che si dovevano inchinare ad avversari meno bravi ma più scaltri a sfruttare le insicurezze altrui. Una maledizione che arriva da lontano, dagli anni ’30, da quando il primo illustre battuto decise di renderla stregata per il migliore.

Era il 22 marzo del 1931 quando  Alfredo Binda superò allo sprint Learco Guerra e un gruppo di circa una ventina di corridori ottenendo il suo secondo successo nella corsa. Era finita da tre anni l’epopea di Girdardengo e delle sue cinque Classicissime che già sembrava iniziare quella di Binda, il più forte dell’epoca, forse il più forte di sempre, capace di bissare la vittoria del 1929. In tribuna quel giorno c’era Giovanni Gerbi, il Diavolo Rosso, il ciclista più famoso dei primi anni del secolo,  a quel tempo ancora ricordato per le sue gesta, per il suo atteggiamento scaltro, istrionico, spesso scorretto, sicuramente inconsueto, e per quel suo maglione rosso, divenuto vessillo più che divisa. Quel giorno accanto al Diavolo Rosso c’era Giovanni Rossignoli, suo compagno di squadra di un tempo e amico, invitati entrambi per il venticinquennale della corsa. Quando a fine gara un giornalista lo fermò per chiedergli cosa pensasse della vittoria di Binda, sottolineando che il corridore aveva già oscurato la sua fama, Gerbi rispose gentilmente, “molti altri faranno molto meglio di me”, disse prima di andarsene nero nell’orgoglio. Il Diavolo Rosso salì in macchina con l’amico, si misero in cammino per raggiungerne un altro che risiedeva nell’entroterra sanremese. Giunto in cima a una salita, fece fermare Rossignoli davanti a una chiesa, entrò e accese un cero alla Madonna raccomandandosi di vegliare su quella corsa, evitando al più forte di vincere. O almeno così racconta al Foglio Adelma, che di Rossignoli porta il cognome e che è pronipote del corridore che con Gerbi entrò al Santuario di Nostra Signora della Guardia, la chiesa che domina il Poggio Sanremo, lì dove il Diavolo rosso si recò nel 1931 e che la Sanremo iniziò a frequentare dal 1960, quando Torriani decise di farci passare davanti la corsa.

L’invocazione del Diavolo Rosso fu accolta. Binda non ottenne più il successo e nell’albo d’oro si susseguirono perfetti sconosciuti, discreti corridori, speranze mai definitivamente sbocciate e Learco Guerra, che campione è stato, ma che nessuno, almeno allora, poteva pensare rimanesse nella storia come la Locomotiva Umana. Divenne la Sanremo delle sorprese, la corsa pazza che poteva sorridere a tutti. Gerbi gongolava, nessuno più avrebbe messo in discussione il suo prestigio.

Poi arrivò il 1938, Gino Bartali, dopo due Giri d’Italia vinti, ottenne il successo al Tour de France e il Diavolo Rosso rapito dalla forza del toscano – uno come lui, forte e determinato, burbero ma dal cuore buono – ebbe un rimorso di coscienza, un pentimento e così alla prima occasione buona, al primo ritorno in Riviera, fermò l’auto davanti alla stessa chiesa di qualche anno prima, e innanzi alla stessa statua ritirò quanto chiesto. L’anno successivo Ginettaccio ottenne la prima delle sue quattro Sanremo.

Una suggestione, forse, una serie di circostanze fortunate, ma quando c’è di mezzo il Diavolo Rosso tutto è possibile. Lo dicono le sue vittorie, assurde e straordinarie, come quando nella Milano-Torino del 1902 arrivò sul traguardo prima ancora che lo striscione d’arrivo fosse montato, oppure quando nel 1905 alla Corsa Nazionale cadde, perse i sensi e pieno di tagli e ferite, con una spalla lussata, mentre lo stavano medicando scoprì che un avversario lo aveva superato, con un gesto d’ira prese a male parole il dottore, si rimise in bici, recuperò i minuti di ritardo da chi era in testa, scattò e andò a tagliare primo il traguardo coperto di sangue, svenendo dal dolore dieci metri dopo l’arrivo. “Diavolo rosso dimentica la strada / vieni qui con noi a bere un’aranciata / contro luce tutto il tempo se ne va”, cantava Paolo Conte, perché Gerbi è sempre stato questo, più fede che storia.

Fatti inspiegabili, circostanze casuali e non sempre comprensibili hanno da sempre segnato la storia di questo sport. Così è stato per tutto il suo corso, così è stato anche di recente, come nel 1998 quando Marco Pantani vinse il Giro e, ormai in vacanza, venne raggiunto dalla notizia della morte del suo mentore, del suo padre sportivo, Luciano Pezzi, colui al quale il Pirata promise che un giorno avrebbe vinto Giro e Tour nello stesso anno. Pantani si rimise in sella, affrontò una preparazione al dir poco approssimativa e arrivò in Francia sovrappeso e fuori condizione, accumulò minuti di ritardo dal favorito Jan Ullrich nella prima settimana per recuperare distacco e posizioni prima sui Pirenei, infine sulle Alpi, arrivando in maglia gialla a Parigi. Eventi che entrano nel racconto del ciclismo, nella sua storia, come, forse, quella maledizione. Una maledizione giustificata dagli eventi passati.

Gerbi con la Milano-Sanremo aveva infatti un rapporto conflittuale: l’adorava e la detestava, sin dalle origini.

E’ storia di trent’anni prima, di quando il 14 aprile 1907 davanti all’osteria della Conca Fallata a Milano, lungo il Naviglio pavese, si incontrarono in trentatré, il Diavolo rosso tra questi, dei sessantadue corridori che si erano iscritti. Pioveva e faceva freddo quel giorno. Si respirava un’aria da giorno qualsiasi e quei 281 chilometri sembravano uguali a tanti altri già percorsi in tutte quelle gare che nascevano all’improvviso e non si sapeva quanto potevano durare.

Era il ciclismo delle origini, il tempo dei pionieri del professionismo e ogni anno venivano organizzate nuove corse, alcune sparivano subito, altre resistevano qualche anno, altre ancora diventavano appuntamento fisso, acquistavano prestigio e considerazione, conquistavano l’ interesse di corridori e spettatori diventando prima consuetudine, poi tradizione, infine mito.

“Ogni corsa può vivere e morire, dipende da quanto amore riceve dalla gente, ma se scegli la giusta tempistica, ritardi la morte”, disse un giorno il demiurgo delle gare italiane Tullo Morgagni ad Armando Cougnet, il suo delfino alla Gazzetta e poi suo sostituto.  Non potendo competere con i premi messi in palio dalle quelle francesi, “cosa intelligente è strapparle il tempo, anticiparle, diventare i primi dell’anno a far competere le macchine a pedali su di un percorso bello e affascinante”. E così la Sanremo, nata di marzo, divenne l’appuntamento del marzo ciclistico, la prima classica da affrontare e provare a vincere, non antipasto, ma già portata principale, perché con una Sanremo “in saccoccia, la stagione è bella che positiva, non servirebbe altro”, disse Costante Girardengo nel 1928, anno della sua ultima Classicissima vinta.

In quel 1907, in quella prima Sanremo, quei trentatré pionieri partirono alle 4,30 e si ritrovano ben presto sparpagliati lungo il percorso. Davanti rimasero in tre: Giovanni Gerbi, il favorito, il più acclamato dalla folla, Lucien Petit-Breton, il bretone svezzato in Argentina e Gustave Garrigou, anch’esso francese, raffinato passista e distinto scalatore. Gerbi fece di tutto per staccare gli altri, ma superate le ultime asperità, a nemmeno dieci chilometri da Sanremo, si guardò attorno e capì di essere battuto. Garrigou era troppo veloce allo sprint per lui. Anche Petit-Breton si guardò attorno e capì di essere battuto, nemmeno lui poteva molto con la velocità del transalpino. Fu lì che Gerbi lo avvicinò, sorrise e gli fece, “facciamo a mezzi del premio finale, io blocco il mangiarane, tu vinci”. Petit-Breton fa un cenno col capo, gli diede la mano e si mise in coda, pronto a partire. E quando scattò, il Diavolo Rosso si affiancò al terzo incomodo, lo tenne per la maglia e lo spinse verso una cunetta facendolo cadere. Arrivò secondo, felice per il premio in denaro, convinto che quella corsa fosse impossibile potesse essere riproposta, troppo corta e troppo facile rispetto alle altre, al Lombardia, alla Coppa del Re, alla Milano–Piacenza–Genova.

Gerbi a fine gare venne declassato al terzo posto per scorrettezze, e quella corsa divenne appuntamento fisso, primo evento imperdibile del calendario ciclistico. Divenne per lui stregata: nel 1908 cadde una settimana prima e mentre i suoi colleghi partivano in bicicletta da Milano, lui era all’ospedale; nel 1909 fu quinto, ma a 21 minuti dal vincitore Luigi Ganna, che quell’anno vinse anche il primo Giro d’Italia.

[continua sul Foglio]

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