Il bluff dell’antidoping che ha coperto Armstrong e eliminato Pantani

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Questo articolo è apparso sul sito del Foglio il 9 marzo 2015 

 

La stagione ciclistica è iniziata da poco, le prime gare importanti disputate, il calendario che entra nel vivo: due settimane alla Sanremo, meno di un mese all’inizio della campagna del nord, a quella litania di asfalto e pietre che fa Fiandre-Roubaix-Amstel-Freccia-Liegi. Ma non è la Strade Bianche – corsa sabato – a far notizia, l’attenzione è rapita ancora dalla parola magica che aizza tutti contro questo sport e che provoca sdegno tra gli sportivi: il doping.

 

Nessun nuovo caso, ma un rapporto, quello del Cycling Independent Reform Commission (Circ), che per la prima non accusa solo i corridori, ma punta il dito anche contro i vertici del ciclismo mondiale. Sei mesi di lavoro e 174 testimoni ascoltati per una relazione di 274 pagine che accusa i dirigenti dell’Unione ciclistica internazionale (Uci), gli stessi che questo studio l’ha commissionato, di non aver combattuto il doping e anzi, di averlo coperto, evitando che i casi più eccitanti di positività venissero pubblicati e avvisando gli atleti più in vista dei controlli in arrivo.

 

A essere accusati di connivenza con il sistema doping sono stati gli ex presidenti Hein Verbruggen (1991-2006) e Pat McQuaid (2006-2013) colpevoli per la Circ – tra le altre cose – di aver coperto, il primo, il sistema dopante che ha permesso a Lance Armstrong di passare indenne all’antidoping durante i sette Tour de France vinti consecutivamente, e di aver aiutato Alberto Contador, il secondo, a elaborare una strategia difensiva prima che la notizia di positività al Tour del 2010 venisse resa pubblica. Il gruppo di ricerca ha inoltre sottolineato come sotto la presidenza dell’olandese (premiato da Armstrong con un assegno da 25 mila dollari “per la ricerca scientifica” e altri 100mila per l’acquisto di attrezzature mediche) e dell’irlandese non ci sia stata nessuna intenzione di sconfiggere le pratiche dopanti e che anzi i due presidenti abbiano agito in modo da non creare grossi danni d’immagine a questo sport.

 

E così mentre la passione scema tra i tifosi e tra le grandi aziende disposte a investire per mandare avanti la disciplina, le strade sono un po’ più vuote di un tempo, le dirette televisive sono in calo rispetto agli anni d’oro, nonostante non ci sia stato un’ecatombe di telespettatori, continuano quelle domande che rimbombano come una fastidiosa eco nella testa dei più a ogni grande azione: ma sarà vero? non è che poi lo beccano?

 

E così mentre Armstrong passava indenne per sette Tour stravinti con aiuto, Marco Pantani entrava nel suo personale circolo infernale fatto di una squalifica, pur non essendo mai stato trovato positivo, usato come capro espiatorio di un intero movimento, martellato a mezzo stampa da mezzi giornalisti che si sentivano traditi da un campione colpevole solo di aver seguito il così fan tutti, di aver seguito le regole non scritte di uno sport stupendo e crudele. Due pesi, due misure, che hanno sancito l’idolatria per un texano e l’infamia per un pirata.

 

Ora che a essere sospettati non sono solo gli atleti, ma anche gli alti vertici, si capisce che c’è molto di occultato e che i minori casi di positività sono dovuti più che altro a un’evoluzione del sistema doping (il rapporto della Circ parla di Aicar, Xenon, ozono, Actovegin e molte altre sostanze non rintracciabili nei controlli).

 

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