Vince Stybar, ma la Strade Bianche è un trionfo italiano

Strade Bianche 2014, la Gara

Alla fine ha vinto Zdnek Stybar, ceco, ex ciclocrossista, passista bravo sui terreni più impervi, uno che vivrebbe di sterrati e pavè, di buche e acciottolati, uno che sulle strade del senese ci sta a pennello e che dalla Toscana ora sogna le Fiandre, magari non più da comprimario, da gregario di lusso, magari con battuta libera, ma pur sempre da gregario.

Il ceco ha fatto la sua corsa, ha corso sulla ruota dei più forti, prima, ha accelerato un paio di volte giusto per capire con chi aveva a che fare, si è sistemato a controllare Valverde, infine, capito che lo spagnolo non ce ne aveva più, ha risposto a Van Aevermat, superandolo lì dove il muro finiva e la salita si faceva più dolce, lì dove piazza del Campo iniziava a intravedersi e il traguardo era a un passo. Primo. A mani al cielo. Primo. Una vittoria buona per lui, che fa curriculum, ma che soprattutto dice alla Etixx-Quick Step, bene tutto, ma per le classiche del nord ci sono anch’io e a fare il comprimario non ci sto più.

Alle spalle dei tre, finisce Vanmarcke, poi le prime buone notizie: Diego Rosa, quinto, e Oscar Gatto, sesto. Un po’ di luce, poca per altro, ma in un periodo di vacche magre meglio di niente. Anche perché Rosa ha 26 anni e un motore buono per lasciare il segno, Astana permettendo.

Se i nostri vanno benino, ma rimangono lontani dai primissimi – almeno per le gare di un giorno, ma attenzione che con Ulissi le cose possono cambiare – a vincere, senza dubbi e senza incertezze, è la Strade Bianche. Per una corsa che non ha neppure 10 anni – è stata creata nel 2007 – è già amatissima e la sua presenza nel calendario internazionale è considerata una certezza, cerchio rosso sul calendario degli appassionati. Una corsa che è diventata monumento pur non essendo ancora classificabile come classica. Basta guardare la lista degli iscritti, basta guardare il percorso, il paesaggio, la faccia tirata dei corridori. Basta guardare la gente che affolla le strade, il rumore degli spalti sull’arrivo, le dichiarazioni del post gara dei protagonisti. Basta questo per capire del capolavoro degli organizzatori, di coloro che partiti da una passione antica, di bici d’epoca e salumi e vino rosso, sono riusciti a creare prima una gran fondo, L’Eroica, e poi una corsa magnifica, idea nuova che riprende la storia intera del ciclismo, i pionieri e i loro baffi, le avventure e le imprese dei primi campioni, l’epopea di Coppi e di Bartali, di Girardengo e Binda, di tutti coloro che che sulle strade di ghiaia, polvere e fango, hanno permesso a questo sport di essere amato e giungere sino a noi.

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