Un’altra giornata di ordinaria idiozia a Roma. Parcheggi in doppia fila e vecchiette a pedali incazzate

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Non che oggi fosse diverso da ieri, o dall’altro ieri o da qualsiasi altro giorno che pedalo a Roma. Non che sia cambiato qualcosa, solo che oggi avevo più tempo del solito, ero in anticipo per entrare al lavoro e così mi sono fermato a osservare meglio quel casino che mi passa ogni giorno attorno. L’ambientazione è Piazza di Santa Maria Liberatrice a Testaccio, il contensto il solito, un giorno di ordinaria idiozia a Roma. I protagonisti i medesimi di sempre, almeno per maschera e comportamento. I romani alla guida.

Sono le 8 e spicci di mattina, la consueta sosta in doppia fila in via Nicola Zabaglia. Clacson. Gente che urla. Fretta. La fretta di chi è alla guida e continua a credere che l’auto sia il mezzo più veloce, quello che unisce nel tempo minore un qualsiasi punto A a un qualsiasi punto B della Capitale. La gente al bar che esce con un caffé in corpo e la coscienza sporca di chi ha parcheggiato dove non è consentito. Gli insulti che escono dai finestrini socchiusi per quel accenno di freddo che ha invaso Roma. Due vecchietti a bordo strada che dall’alto della loro pensione se la ridono per quanto succede. Una ragazza che passa col cane, si ferma, lo guarda cagare e riparte come se niente fosse successo, indifferente a tutto. Un uomo che esce dal camioncino, laciato in mezzo la strada, si avvicina al ragazzo gel e lustrini che sta rientrando nella sua macchina lasciata alla cazzo in doppia fila. Urla, “Hai rotto er cazzo co’ sto parcheggio da fijo de na mignotta”, dice, i clacson che fanno da sfondo.

Tutto normale, dice una signora dalla finestra al primo piano. Una bestemmia da un ragazzino in macchina. Io fermo a bordo strada a guardare.

Poi una signora che incerta pedala su una Graziella bordò sulla pista ciclabile di fronte alla chiesa, la borsa nel cestino sul manubrio, due coste di sedano che spuntano accanto a una pagnotta, il manubrio appeso al manubrio. Mette il piede a terra. E’ a non più di dieci metri da me. Guarda. “Li mortacci de Pippo”, sossurra, poi con fare deciso, quasi veloce impugna il bastone e lo pianta sul faro anteriore desto di una macchina parcheggiata. Piovono pezzi di plastica infranta. La signora sorride. Si gira verso di me: “Aho, li mortacci sua e de quanno ha deciso de parcheggia’ dove ‘n se po’”.

Applausi.

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