Nibali ha le palle

Tour de France, 5a tappa

Nibali ieri non ha vinto, il successo è andato a Lars Boom, ma è uguale, è come se lo avesse fatto. Perché ieri lo Squalo ha messo una pietra importante per costruire la vittoria finale del Tour de France.

Nibali ha dimostrato però due cose: per primo che ha le palle e poi che per vincere è finalmente necessario sapere andare in bici.

Ieri al Tour i corridori hanno corso tra fango e pietre, in condizioni che sembravano più autunnali che estive. Non è una novità, è successo molte volte nella storia del ciclismo e non dovrebbe stupire nessuno. Eppure a leggere i commenti sembra che trovare la pioggia sulla corsa sia un evento mai visto, che se le ruote scorrono tra pietre e terra bagnata sia una bestemmia in chiesa e che il piove quindi si può scivolare sia una scoperta recente, qualcosa di sensazionale. Nessuno è contento di correre sotto l’acqua, specialmente su strade come quelle del nord della Francia, tra pavè e campagne. Ma accade ed è sempre accaduto. I corridori l’hanno capito e accettato. I giornalisti meno ed era tutto un dire “non si può correre in queste condizioni”, “la gara è falsata”, “la classifica del Tour sarà condizionata da fattori estranei alla forza degli atleti”. STRONZATE enormi. Così è sempre stato e così è successo ieri. Nulla è falsato, questa è la gara e quanto è successo l’hadimostrato. Ha vinto Boom che in queste condizioni ci va a nozze, perché la bici la sa guidare, perché sul pavè va forte. Contador è affondato, perché si è fatto bloccare dalla paura, la stessa che assaliva Bahamontes in discesa, quella che ti fa andare meno forte e toccare più il freno, ovvero una cosa naturalissima, vecchia come il ciclismo. Quella che non ha avuto Nibali. Vincenzo non è uomo da pavè, non vincerà mai una Roubaix (chi ne è convinto dopo la tappa di ieri rifletta meglio su cos’è la Parigi-Roubaix), ma ha avuto le palle di mettersi il cuore in pace, di fidarsi della sua maestria nel guidare la bicicletta e di ascoltare i consigli di chi delle pietre ne sa più di lui, “rallentare è la fine”. Gli altri uomini di classifica non ce l’hanno fatta per gli stessi motivi. Ma questa è giustizia, questa è la legge del ciclismo, il “maniavantismo”, il “meglio non rischiare”, ha avuto la sua sonante sconfitta. Nibali è all’opposizione di questa ignobile filosofia ciclistica. Nibali nella sua carriera c’ha sempre provato, molte volte scottandosi, ma non si è mai tirato indietro. Ha sempre dato tutto, provato a rovesciare copioni già scritti, provato a detronizzare re troppo riveriti. L’ha fatto sempre in silenzio, accettando le sconfitte e sorridendo alle vittorie.

Come quella di ieri. Perché Contador a oltre due minuti e mezzo è una vittoria, un’apoteosi. Nibali è stato grande, eccellenze, infernale e divino allo stesso tempo. Ha reso grazia al partito dell’ “io ci provo comunque e poi sia quel che sia”, al partito dei Pantani e Chiappucci, dei Bitossi e dei Bahamontes. Io sto con Nibali, ci sono sempre stato, continuerò a starci. Questo è il mio partito, questo e quello dei gregari, dei Westra che si fanno un culo tanto per permettere ai capitani coraggioras di ottenetre i successi che meritano.

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