Il World Tour è una cagata pazzesca e l’Italia è stata cancellata, la Federazione dorme

Cannondale

Bye bye Italia. E’ questa la notizia di oggi. Il prossimo anno nel circuito mondiale World Tour, la Serie A del ciclismo per intenderci non ci saranno squadre italiane.

La Cannondale, infatti, è ormai ai dettagli per entrare nella Garmin, sicuramente come fornitore ufficiale, probabilmente come secondo sponsor. Si tratterebbe quindi di fusione, ovviamente impari. I soldi (almeno la maggior parte) ce li metterà la Garmin e quindi la squadra americana confermerà in blocco i corridori non in scadenza di contratto, ai quali si aggiungeranno certamente gli altri 8 atleti ai quali la Cannondale aveva fatto prolungare il contratto, ovvero Moser, Viviani, Villella, Formolo, Bettiol, Marangoni, Koren e Mohoric. Gli altri? Altrove. Basso e Sagan alla Saxo-Tinkoff di Contador; Longo Borghini e De Marchi all’Astana del loro ex capitano, Nibali; Caruso alla Bmc.

Non è questo il problema. Gli sponsor cambiano, i corridori emigrano. E’ sempre successo. Il punto è un’altro. La Cannondale è l’unica squadra di proprietà italiana all’interno del circuito ciclistico mondiale più prestigioso. Certo c’è la Lampre, che ha sponsor italiano, molti nostri atleti in rosa, ma che ha proprietà svizzera, la Cgs Cycling Team, e che non appena i Galbusera non cacceranno più soldi, si sbarazzerà dei vertici per spostare tutto a Lugano.

L’Italia si è scoperta definitavamente marginale in un mondo, quello a pedali, sempre più globalizzato e sempre più statalizzato e federalizzato, con governi e federazioni, appunto, che investono in ciclismo, in squadre e soprattutto in formazione. L’Italia invece dorme. La Federazione è inconcludente, non ha piani, non ha idee, non ha potere. I dirigenti si giustificano al solito modo: “non ci sono soldi”. Può essere, ma soprattutto non sembra esserci la voglia di cambiare le cose. Intanto i nostri velodromi sono vuoti, il nostro vivaio, un tempo florido, si sta svuotando e gli sponsor, in tale clima, non investono, giustamente. Rimangono i Galbusera, Lampre, a mandare avanti la baracca. Ci sono i Reverberi a tentare di salvaguardare l’unico progetto tricolore, rimasti soli a puntare sul pedale tricolore. C’é Gianni Savio che ogni anno riesce a mettere insieme formazioni italo-sudamericane capaci di lanciare qualche giovane capace e a rianimare vecchi assi accantonati troppo presto. Il resto non c’è, il resto è un vuoto colossale che sputa su di un passato glorioso, sia agonistico che menageriale, che infama i ricordi della Legnano e della Bianchi, della Salvarani e della Molteni, della Mercatone Uno e della Mapei. Ovvero di quell’Italia centro del ciclismo mondiale.

Il problema è federale senz’altro, ma è anche di un sistema, quello del World Tour, che da opportunità di ampliare la spettacolarità delle competizioni, garantendo la partecipazione di tutte le squadre più forti alle gare più importanti, si è trasformato in un organismo insulso che ha avuto il demerito di fare sparire competizioni di secondo piano, ma dalla storia gloriosa, portando il ciclismo a correre in modo insensato in tutto il mondo, accavallando corse, premiando potentati federali a discapito di altri. E poi c’è l’Italia. Che nel World Tour non conta niente, che non sa dove sbattere la testa e che dal prossimo anno non esisterà più. Pace all’anima sua.

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