Il bar Sport

foto bar sportHo sempre abitato in una casa, o almeno ho sempre avuto lì la residenza. Poi ho girato un po’, certo, ma è lì che sono sempre tornato. In quella casa a schiera al limite di una cittadina di provincia, nel trevigiano. Esattamente nel punto in cui la pianura si fa collina.
Per arrivare a casa mia bisogna fare uno stradone, uno di quelle in cui le macchine fiondano, vuoi per fretta, vuoi per amore della velocità, comunque vanno veloci. Su questo stradone, poche centinaia di metri prima della chiesa del quartiere, c’è ancora il bar Sport. È lì da sempre. A duecento metri da casa mia. Me lo ricordo da piccolo perché quando vedevo la sua insegna voleva dire che si era arrivati, ma proprio arrivati; me lo ricordo da ragazzetto quando ci andavo a giocare ai videogiochi di nascosto; me lo ricordo poi quando lo snobbavo, perché a sedici anni si snobbano tutte quelle cose che sono frequentate anche dai vecchi e magari si va in giro con il libro che fa figo nella tasca posteriore dei pantaloni; me lo ricordo in seguito, quando ci sono tornato dopo una vita e le cose che c’erano un tempo erano sparite. Come i proprietari, quell’uomo burbero che ti guardava strano e quella signora che sorrideva sempre, un po’ ebete magari, ma sempre di buonumore. Il tempo, le nuove cose. Due cinesi al banco, sorriso stampato e modi garbati. Una cosa non era cambiata: la qualità del caffè, sempre pessima.
Perché al bar Sport non ci si va mai per un caffè, al massimo un prosecco, ma mai per il caffè. Al bar Sport ci si va per altre cose, forse perché ce l’hai sotto casa, forse perché ci trovi i giornali, soprattutto perché il bar Sport è un luogo strano, un luogo che non puoi definire con una parola perché ne servirebbero troppe, devi chiamarlo per nome: bar Sport, appunto. Il bar Sport è una sottospecie di ecosistema. Un ecosistema nel quale gravitano le più disparate esistenze, che pullula di storie, di piccoli aneddoti. Sono un luogo narrativo, una specie di grande epopea, i cui personaggi vivono solo e unicamente all’interno di quelle quattro mura. Tutto quello che c’è fuori non esiste, esiste unicamente quando viene filtrato da uno che sta all’interno. E proprio perché è un ecosistema chiuso che quello che accade fuori viene visto come un qualcosa di esotico, per cui interessantissimo. Un qualcosa di cui parlare e soprattutto sparlare.
Al bar Sport si sedimentano o almeno si sedimentavano, generazioni di racconti perché ogni tanto qualche avventore sporadico decide che è il momento di entrare a fa parte di una nuova comunità ad aggiungere terra alla terra. E così c’è un minimo ricambio, leggero, sottile, che non fa mutare ne tantomeno mette in discussione il funzionamento e neppure le leggi di omeostasi di questo ecosistema. I nuovi racconti di queste nuove forme di vita non fanno altro che depositarsi sopra quelli vecchi, quelli antichi, talmente antichi che molte volte colui il quale portò all’interno delle quattro mura quel racconto, per un motivo o per l’altro, non c’è più.
Avrò avuto quattordici anni. C’era un sole che ti batteva in testa e ti tirava un po’ scemo, era fine giugno. Era venerdì, me lo ricordo bene, perché al Grest si faceva messa e io quel giorno non c’avevo voglia di prendermi una messa, quindi esco di casa e vado a prendermi un gelato al bar Sport, perché l’unica cosa che si può mangiare al bar Sport è il gelato che tanto è al fresco e non ti fa troppo male. Mi metto ai videogiochi e me ne sto in pace un po’. E mentre supero il secondo livello di Metal Slug, in quell’esatto istante, entra di corsa Beppo, uno vecchio che conoscevo bene perché ci giocavo a bocce ogni tanto al circolo anziani della chiesa del mio quartiere. “Non sapete cosa ho visto. Non sapete cosa ho visto”, urla trafelato. Quando uno entra al bar Sport ci sono sempre almeno 7 posizioni fisse occupate. Generico personaggio #1 a parlare con il barista. Generico personaggio #2, Generico personaggio #3, Generico personaggio #4 e Generico personaggio #5 a giocare a scopa o a briscola sul tavolino in fondo al locale dove si può vedere meglio cosa succede attorno, con Generico personaggio #6 a guardare con faccia seria e corrucciata l’incapacità altrui di giocare alle carte. Infine, Generico personaggio #7, in quel caso ero io, ai videogiochi o al flipper, perché negli anni ’90, il flipper era ancora considerato una palestra di vita, diciamo una scala su cui misurare la rispettabilità di una persona, che fosse però sotto i cinquant’anni, perché dopo contavano solo e unicamente le carte. E poco importava se eri Bill Clinton oppure Beppo, lì contavano quelle cose, il resto era chiacchiericcio. Ma torniamo a Beppo che entra trafelato e urlante. Prende un attimo fiato, con due pacchetti al giorno di Ms non ne aveva molto, poi ripete “non sapete cosa ho visto, non sapete cosa ho visto”. A questo punto la partita si interrompe e Generico personaggio #6, quello che guardava la partita di carte si avvicina e chiede informazioni. Nel frattempo Beppo sta ancora riprendendo fiato. “La Genni è tornata”. Silenzio. Incredulità. Stima. Chi è la Genni però? La Genni non è una persona, è un concetto, un mito, un essere quasi mitologico. Era la più bella del quartiere, talmente bella che dicevano illuminasse la strada. Questa Genni un giorno prende e se ne va. Milano. Lì fa tante cose tra cui anche la modella, la cantante, cose così. Non sfonderà mai del tutto (lo so perché l’ho conosciuta, ma anni dopo). I Generici personaggi parlano, bisbigliano, sono increduli. Contenti. Non arrapati, ma rispettosi. In pochi minuti decidono di comune accordo di uscire e di andare a vedere di persona, perché era arrivata la Genni e la cosa non poteva essere persa.
La mia partita nel frattempo finisce, ed era arrivato il tempo di andare a far finta di aver assistito a tutta la messa. Mi alzo e vado a pagare il gelato. Prima di uscire mi permetto di chiedere all’oste chi fosse questa Genni. Parlavo poco con l’oste perché mi faceva un po’ paura. Lui invece sorride e stranamente gentile mi risponde: “la Genni è la nonna della tua amica, della Martina. Avrà 70 anni ed era una bellissima donna da giovane. Era il sogno di tutti noi da ragazzi. Poi andò a Milano a fare le passerelle”. E i suoi occhi si perdono nel ricordo della Genni, ancor giovane, ancor bellissima. Esco e me ne vado.
Al bar Sport il tempo è diverso da ogni altro posto. Le cose rimangono come erano un tempo, nonostante l’età, nonostante ciò che accade. Nonostante Generico personaggio #5, Generico personaggio #6 e forse Generico personaggio #3 non l’avessero nemmeno mai vista, per limiti d’età. Ma poco importava, la Genni era per il bar Sport sinonimo stesso di bellezza.
Questo era il bar Sport, o almeno quello che io ricordo, almeno il mio, quello che è lì da sempre a duecento metri da casa mia e trecento metri prima della chiesa del mio quartiere.
Non so di per certo come saranno gli altri bar Sport. Lo capirò a breve. Lo capirò lungo la strada.

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